Si spiegano così le voci e le indiscrezioni che da un paio di settimane si rincorrono su questa area al confine fra Gaza e l’Egitto. Una linea che taglia a metà la città di Rafah e ne consegna una parte ai palestinesi e l’altra agli egiziani, facendo del valico che sta in mezzo (quello di Rafah, appunto) l’unico punto di contatto fra la Striscia e il mondo esterno che non è controllato da Israele. Dopo il 7 ottobre, per il primo ministro Netanyahu questo vulnus non è più tollerabile: «Non porremo fine alla guerra senza chiudere questa breccia. Ci sono diverse opzioni e non abbiamo ancora preso una decisione» ha detto sabato, alimentando le voci lanciate dal Wall Street Journal che delineava i contorni di una possibile e «massiccia» operazione militare per prendere il controllo dell’area.
La questione diventa più urgente man mano che la fine delle operazioni militari si avvicina: «Il corridoio è diventato un’autostrada per il contrabbando di armi. Nonostante l’Egitto neghi che ci siano tunnel sotto, funzionari israeliani sono certi che questa è una via di approvvigionamento primaria per Hamas», scrive il Jerusalem center for public affairs per spiegare perché il controllo dell’area è un «imperativo strategico». C’è anche chi pensa che qui si nasconda il capo politico di Hamas nella Striscia, Yahya Sinwar.
Di certo c’è che le operazioni militari nelle ultime due settimane si sono intensificate. Così come le discussioni fra Israele ed Egitto: l’area, secondo quanto stabilito dai piani per il ritiro dello Stato ebraico dalla Striscia nel 2005, è controllata da 750 guardie di frontiera egiziane.
Il Cairo, riporta la stampa israeliana, ha rifiutato la proposta di un pattugliamento congiunto con l’Idf in quanto nociva della sua sovranità. Non solo: percepisce la minaccia israeliana di prendere il controllo della zona come “una minaccia alla sicurezza nazionale”, come una fonte del governo ha detto alla testata egiziana Mada Masr.
I rapporti fra i due Paesi sono tesi dal 7 ottobre: il presidente Abdel Fatah al Sisi teme che le operazioni militari spingano decine di migliaia di persone – compresi i sostenitori di Hamas – a fuggire nel Sinai, mettendo in crisi una nazione che già vive una pesantissima crisi economica.