«Mio nonno ha creduto nella pace per tutta la vita», racconta Daniel, nipote di Oded Lifshitz, 83 anni, giornalista in pensione che insieme alla moglie Yocheved ha passato giornate a trasportare negli ospedali da questa parte del confine chi, da Gaza, aveva bisogno di cure. Lifshitz è stato il primo giornalista israeliano a raccontare al mondo il massacro di Sabra e Chatila, in Libano, nel 1982. L’archivio che aveva di quei giorni è andato bruciato, come il resto della casa. «Fa malissimo pensare che lui è lì, così vicino, e non riusciamo a farlo uscire», dice Daniel indicando i palazzi di Khan Yunis all’orizzonte. «Ai politici chiedo di incarnare lo spirito di mio nonno e il suo impegno in nome della pace e della speranza. È il momento di scelte audaci e coraggiose».
Srulik Kalvo lo ascolta in silenzio: con i suoi 85 anni il padre, Amiram, è l’ostaggio più anziano. Sua mamma, Nurit, è stata rilasciata con Yocheved Lifshitz. Quando viene il suo turno di parlare il tono è diverso. «Questa comunità, la gente che viveva qui, ha passato la vita ad aiutare LORO. Ora però chi ha chiesto pace è Lì». Qui e lì, noi e loro: parole che a Nir Oz non erano mai state così forti. «Ci credevo anche io nella pace fino al 6 di ottobre: ci credevano tutti qui. Il sabato da bambini ci portavano a manifestare per la pace. E guardi come ci hanno ripagato”, ci dice Srulik, quando gli chiediamo di spiegarsi meglio.
Nir Oz oggi è deserta: ci sono solo quelli che, come Yelena, vengono a cercare pezzi di passato: che sia un oggetto solo o un’intera casa da svuotare, perché nessuno ci tornerà più. La prima cosa che colpisce qui è il verde dei prati, le biciclette senza catena, le porte e le finestre così sottili che romperle per gli uomini di Hamas è stato un gioco. E Gaza, così vicina che i palazzi di Khan Yunis si distinguono a occhio nudo. «Novantacinque per cento di Paradiso, 5 per cento di Inferno», ti rispondono gli abitanti dei kibbutz del Sud quando gli chiedi cosa li avesse portati a vivere qui. Ma dietro c’è di più, il sogno di una generazione, quella dei Lifshitz e dei Kalvo, che ha creduto che solo con la presenza fisica dei suoi cittadini fino ai limiti del suo territorio, Israele avrebbe potuto esistere. Un’idea che da queste parti si è incarnata nella sinistra: nelle ultime tornate elettorali, nonostante il crollo generale, i partiti riformisti qui hanno resistito, primo fra tutti Meretz, aperto nei confronti del dialogo con i palestinesi.
Molti di quelli che per anni lo hanno votato però oggi sono a Gaza: e i loro figli, nipoti e parenti si chiedono se non sia stati degli illusi. «Siamo stanchi dell’ipocrisia: chiederci di fermarci aspettando che succeda qualcosa è da vigliacchi», dice Yosi Shnaider, la cui famiglia è un altro dei simboli del dramma. Ariel e Kfir Bibas, quattro anni e nove mesi, sono stati portati via insieme ai loro genitori Yarden e Shira. Fra due giorni, Kfir compierà un anno: al suo asilo, deserto, hanno preparato palloncini arancioni, come i suoi capelli, anche se sanno che non ci sarà. E che forse non tornerà più: un video di qualche settimana fa mostra Yarden, il papà, annunciare la morte della moglie e dei piccoli e accusare il governo di non averli salvati. Impossibile sapere se quello che dice è vero o no.
Potrà l’idea della convivenza sopravvivere senza la generazione che l’aveva coltivata e quella che aveva raccolto la sua fiamma? A Nir Oz oggi è troppo presto per chiederselo: ma le colonne di fumo nero che si alzano vicinissime dall’altra parte del giardino di casa Lifshitz non promettono nulla di buono.
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