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Il ritorno a Nir Oz deserta con ex ostaggi e superstiti. “Qui credevamo alla pace”

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Ultimo aggiornamento 17 Gennaio, 2024, 11:15:34 di Maurizio Barra

NIR OZ — Due giorni dopo essere stata rilasciata da Gaza, dove aveva passato 54 giorni nelle mani di Hamas, Yelena Trufanova è tornata a casa. «La mia vita è qui», dice con semplicità, sfilandosi i guanti di plastica che usa per dare da mangiare ai gatti. “Qui” è Nir Oz, un chilometro e seicento metri dalla frontiera con Gaza, cinque da Khan Yunis: il 7 ottobre, gli uomini che hanno abbattuto il muro che separa Israele dalla Striscia ci hanno messo meno di cinque minuti in motocicletta ad arrivare qui. Anche per questo, e perché è davvero piccolo, questo kibbutz è stato il più devastato di tutti: sui 417 abitanti, uno su quattro è stato rapito o ucciso. 46 persone sono state uccise qui, 117 portate via: 40 liberate, compresa Yelena e la mamma di 73 anni. Ventotto sono ancora ostaggio: fra loro c’è Sasha, il figlio di Yelena, mentre suo marito Vitaly, è stato ucciso mentre cercava di difendere il kibbutz. Nessun’altra località ha pagato in proporzione il tributo di sangue più alto nel Sabato nero di Israele. Nessuna, più di Nir Oz, interroga questo Paese sul suo futuro, su ciò che è stato e su ciò che un giorno potrà tornare ad essere.

«Mio nonno ha creduto nella pace per tutta la vita», racconta Daniel, nipote di Oded Lifshitz, 83 anni, giornalista in pensione che insieme alla moglie Yocheved ha passato giornate a trasportare negli ospedali da questa parte del confine chi, da Gaza, aveva bisogno di cure. Lifshitz è stato il primo giornalista israeliano a raccontare al mondo il massacro di Sabra e Chatila, in Libano, nel 1982. L’archivio che aveva di quei giorni è andato bruciato, come il resto della casa. «Fa malissimo pensare che lui è lì, così vicino, e non riusciamo a farlo uscire», dice Daniel indicando i palazzi di Khan Yunis all’orizzonte. «Ai politici chiedo di incarnare lo spirito di mio nonno e il suo impegno in nome della pace e della speranza. È il momento di scelte audaci e coraggiose».

Srulik Kalvo lo ascolta in silenzio: con i suoi 85 anni il padre, Amiram, è l’ostaggio più anziano. Sua mamma, Nurit, è stata rilasciata con Yocheved Lifshitz. Quando viene il suo turno di parlare il tono è diverso. «Questa comunità, la gente che viveva qui, ha passato la vita ad aiutare LORO. Ora però chi ha chiesto pace è Lì». Qui e lì, noi e loro: parole che a Nir Oz non erano mai state così forti. «Ci credevo anche io nella pace fino al 6 di ottobre: ci credevano tutti qui. Il sabato da bambini ci portavano a manifestare per la pace. E guardi come ci hanno ripagato”, ci dice Srulik, quando gli chiediamo di spiegarsi meglio.

Nir Oz oggi è deserta: ci sono solo quelli che, come Yelena, vengono a cercare pezzi di passato: che sia un oggetto solo o un’intera casa da svuotare, perché nessuno ci tornerà più. La prima cosa che colpisce qui è il verde dei prati, le biciclette senza catena, le porte e le finestre così sottili che romperle per gli uomini di Hamas è stato un gioco. E Gaza, così vicina che i palazzi di Khan Yunis si distinguono a occhio nudo. «Novantacinque per cento di Paradiso, 5 per cento di Inferno», ti rispondono gli abitanti dei kibbutz del Sud quando gli chiedi cosa li avesse portati a vivere qui. Ma dietro c’è di più, il sogno di una generazione, quella dei Lifshitz e dei Kalvo, che ha creduto che solo con la presenza fisica dei suoi cittadini fino ai limiti del suo territorio, Israele avrebbe potuto esistere. Un’idea che da queste parti si è incarnata nella sinistra: nelle ultime tornate elettorali, nonostante il crollo generale, i partiti riformisti qui hanno resistito, primo fra tutti Meretz, aperto nei confronti del dialogo con i palestinesi.

Molti di quelli che per anni lo hanno votato però oggi sono a Gaza: e i loro figli, nipoti e parenti si chiedono se non sia stati degli illusi. «Siamo stanchi dell’ipocrisia: chiederci di fermarci aspettando che succeda qualcosa è da vigliacchi», dice Yosi Shnaider, la cui famiglia è un altro dei simboli del dramma. Ariel e Kfir Bibas, quattro anni e nove mesi, sono stati portati via insieme ai loro genitori Yarden e Shira. Fra due giorni, Kfir compierà un anno: al suo asilo, deserto, hanno preparato palloncini arancioni, come i suoi capelli, anche se sanno che non ci sarà. E che forse non tornerà più: un video di qualche settimana fa mostra Yarden, il papà, annunciare la morte della moglie e dei piccoli e accusare il governo di non averli salvati. Impossibile sapere se quello che dice è vero o no.

Potrà l’idea della convivenza sopravvivere senza la generazione che l’aveva coltivata e quella che aveva raccolto la sua fiamma? A Nir Oz oggi è troppo presto per chiederselo: ma le colonne di fumo nero che si alzano vicinissime dall’altra parte del giardino di casa Lifshitz non promettono nulla di buono.

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