Alcuni agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria davanti a un carcere
“Ciò che succede all’interno delle celle del 41 bis si proietta sempre fuori, perché le organizzazioni criminali hanno la necessità di mantenere i contatti con l’esterno – spiega Augusto Zaccariello, 58 anni, direttore del Gom – Per questo il nostro è un lavoro di osservazione e di analisi meticolosa. I detenuti sono già sottoposti all’ascolto di colloqui o telefonate in carcere e al controllo della corrispondenza: di questo loro ne sono consapevoli, la sfida è riuscire a comprendere il loro modo di trasmettere informazioni. Si tratta di un linguaggio criptato ovviamente non scritto né parlato, esclusivamente paraverbale”.
Augusto Zaccariello, direttore del Gruppo operativo mobile
Dal tipo di saluto, tra detenuti oppure con i familiari, alle espressioni del viso o movimenti: tutto passa sotto gli occhi e l’esame degli osservatori del Gom, che ne interpretano i significato. “Attraverso questo tipo di indagini su segni e piccoli atteggiamenti riusciamo anche a capire di alleanze tra organizzazioni o frizioni interne”, sottolinea i capo del Gom. Sui 724 reclusi al 41 bis, solo quattro sono ex terroristi politici, gli altri 720 sono esponenti di vertice delle mafie ed hanno una età media tra i 45 e i 50 anni: prevalgono numericamente gli appartenenti alla camorra, seguiti da quelli di Cosa nostra, ‘ndrangheta e stidda. Nei loro momenti di socialità possono dividersi in gruppi isolati di massimo quattro persone. “I criminali della malavita tra di loro sono solidali e a differenza degli ex terroristi, che dimostrano apertamente la loro avversione allo Stato, dai clan in carcere c’è un apparente rispetto delle istituzioni, spesso finalizzato a non perdere eventuali benefici di cui potrebbero godere, uno dei loro principali obiettivi”.
Fin dal 1983 a Poggioreale, nella sua lunga carriera di agente di fronte a quelle celle, Zaccariello ha scolpiti nella mente gesti e movenze dei grandi capi mafia. E ricorda: “ciò che per me resta indimenticabile sono i loro sguardi. Del resto i boss delle cupole si limitavano solo al buongiorno e al buonasera”. Ma come tanti servitori dello Stato, anche tra gli agenti del Gruppo operativo mobile c’è chi ha pagato le conseguenze del proprio impegno. “Da Pasquale Campanello a Michele Gaglione e purtroppo tanti altri colleghi uccisi, diversi colleghi sono diventati obiettivi simbolo per le organizzazioni criminali. Forse siamo gli agenti che lavorano di più all’ombra”. Un compito dove l’occhio degli agenti va oltre la vigilanza, fino a svelare progetti e trame delle cupole, nascosti nel linguaggio in codice del corpo dei mafiosi.
Augusto Zaccariello, direttore del Gruppo operativo mobile
Riproduzione riservata © Copyright ANSA