A due anni dall’aggressione militare all’Ucraina, costata almeno 400 mila vittime su entrambi i fronti, Vladimir Putin è convinto di poter vincere la guerra e ciò obbliga Stati Uniti ed Europa a rafforzare, e non indebolire, il sostegno a Kyiv.
La convinzione di Putin è descritta da ciò che sta avvenendo sul terreno: le truppe russe hanno conquistato Avdiivka incuranti delle migliaia di vittime subite, l’ex presidente Dmitry Medvedev si dice sicuro che Kyiv sarà occupata, munizioni nordcoreane e missili iraniani alimentano gli arsenali di Mosca e lo zar del Cremlino naviga con tranquillità verso la rielezione in marzo pilotando super bombardieri in alta quota dopo aver visto morire in carcere il suo maggiore oppositore, Aleksej Navalny, mentre Stati Uniti ed Unione Europea vanno incontro alle rispettive elezioni lacerate da rivalità politiche e indebolimenti istituzionali. Guardando a questo scenario, dopo 48 mesi di guerra, Putin può facilmente essere portato a dedurre che sta pagando la scelta strategica di aver trasformato l’iniziale fallimento del blitz anti-ucraino in una “lunga guerra” tesa a prevalere facendo implodere dal di dentro Nato ed Unione Europea.
Ma come spesso avviene, i dittatori dimenticano ciò che più muove gli esseri umani: il desiderio di essere liberi. Se il presidente Volodymyr Zelenski è riuscito a resistere all’invasione è perché gli ucraini hanno deciso di battersi con le armi per difendere la propria giovane democrazia. Se Usa e Ue hanno sostenuto così a lungo Kyiv è perché i loro cittadini hanno compreso che l’aggressività militare russa minaccia anche loro. E se Navalny è morto è perché la sua sola esistenza – anche se in isolamento dentro un remoto carcere artico – testimoniava l’esistenza di un’altra Russia, contraria alla guerra ed alle scelte del Cremlino. Più Putin esercita ed esalta il suo potere assoluto, più genera un’opposizione spontanea da parte di tutti coloro che non sono disposti a sottomettersi a lui, all’estero come in patria. Non solo a Kiyv. Da Vilnius a Bucarest c’è un’Europa già sottomessa all’Urss che vede con grande timore le nuove ambizioni panrusse di Mosca, così come da Berlino a Londra c’è un’Europa delle democrazie consapevole che la sicurezza del Vecchio Continente si basa su legame indissolubile con l’alleato americano.
Per questo il terzo anno di guerra impone alle democrazie di reagire alle ambizioni di Mosca dando vita ad una rinnovata coesione e ad un maggiore impegno a difesa dell’Ucraina, per impedire a Putin di procedere nel disegno di ridisegnare con le armi l’architettura della sicurezza europea.
di Paolo Pellegrin
La professione del fotografo concede l’onere e il privilegio di vedere da vicino i fronti che si accendono in tutto il mondo: sono appena rientrato dalla West Bank e tra poco ritornerò ancora a Kiev. La sensazione che molte cose siano collegato è forte, si percepisce ovunque, così come la convinzione che l’architrave del domani nascerà in Ucraina. In un senso o nell’altro.
L’impressione è che l’Occidente debba ancora prendere una decisione piena sul suo ruolo. Gli Stati Uniti e la stessa Europa hanno fatto molto per sostenere gli ucraini militarmente, politicamente e finanziariamente senza però che sia maturata una consapevolezza più profonda che scuota la nostra società. Questa guerra non può essere persa, perché riguarda il nostro destino e quello della nostra idea di democrazia. Se la Russia imporrà con le armi, e nel disprezzo di qualsiasi regola, la sua volontà su un Paese sovrano le ripercussioni saranno tante e radicali.
Ci sono spaccature all’interno dell’Europa e degli Stati Uniti che non sono frutto soltanto delle genuine istanze pacifiste o dei calcoli delle campagne elettorali: emergono quando leader di partito commentano la morte di Aleksey Navalny con le stesse parole del Cremlino esibendo un’interessata reticenza. La fine di Navalny invece, come troppi altri prima di lui, getta una luce accecante sul potere sanguinario che lo ha voluto morto.
Sappiamo che da anni la macchina della disinformazione lavora per seminare dubbi, paure e costruire un’immagine distorta della realtà. Abbiamo sottovalutato gli effetti di questa lenta corruzione nel farci perdere di vista il significato della lotta che si combatte sulle rive del Dnipro e nelle trincee del Donbass. Le notizie di bombardamenti e battaglie paiono sempre più lontane, come l’eco di una litania a cui ci siamo abituati o rassegnati: il loro esito però peserà sulle nostre vite.
Trentacinque anni fa Francis Fukuyama scriveva che eravamo giunti alla fine della Storia, sostenendo che dopo il crollo del Muro e lo sgretolamento dell’Urss l’affermazione delle democrazie liberali in un mondo di pace fosse irreversibile. Non è quello a cui stiamo assistendo. Siamo davanti a un momento storico decisivo e a un’accelerazione delle crisi e dei conflitti in cui si giocano tante partite diverse ma di cui l’Ucraina, a mio avviso, resta la principale.
Lenin diceva: “Ci sono decenni in cui non avviene nulla e settimane in cui accadono decenni”. Siamo nel mezzo di una fase storica di questo tipo e tutto appare connesso, dalla morsa cinese che si stringe su Taiwan ai missili russi su Kiev fino all’aggressione mortale su Gaza che nessuno riesce a fermare. Ogni frattura nell’ordine mondiale, ogni spinta impressa con la forza delle armi riporta in primo piano lo smarrimento dell’Occidente e la sua incapacità di definire una visione per fronteggiare tutto questo.
Gli ucraini invece hanno saputo cosa fare. Dall’alba dell’attacco sono stati uniti e coesi nell’opporsi all’invasione. Un popolo intero ha dimostrato che resistere è necessario. Il loro Paese non ha affrontato questa sfida dal 2022 e neppure dal 2014, quando ci sono state l’occupazione della Crimea e l’intervento russo nel Donbass: ha risposto alla minaccia che secoli di imperialismo di Mosca proietta sulla loro identità.
In questi due anni ho incontrato storie di grande abnegazione. Il luminare di Odessa che ha lasciato professione, moglie e figli per diventare chirurgo in prima linea, impegnato a salvare uomini dilaniati dalle bombe: operava sotto i proiettili, senza un attimo di tregua. Ho vissuto con le famiglie rinchiuse nelle cantine di Karkhiv, la metropoli flagellata da una pioggia di razzi. Ho visto intere comunità inginocchiarsi lungo strade di campagna al passaggio della bara di un giovane che aveva indossato l’uniforme. Ho seguito la faticosa rinascita dei reduci, mutilati dai combattimenti nel corpo o nella psiche. Sono entrato nelle stanze dove gli invasori torturavano e uccidevano per cercare invano di piegare la volontà di una nazione.
Qual è il ruolo dei fotografi davanti a tutto questo?
Di sicuro le immagini hanno un rapporto con la storia, entrano negli eventi: finiscono per farne parte e diventare documenti. Formano una memoria che nessun revisionismo potrà negare. Le fotografie, soprattutto quelle pubblicate per testate con grande diffusione, raggiungono moltissime persone e dialogano con loro: pongono interrogativi, dubbi, domande e attivano un dialogo con i lettori. In modo che siano loro alla fine a darsi delle risposte.
di Gianluca Di Feo
La terza primavera di guerra sarà la più dura. Lo si capisce dai segnali che arrivano dalle trincee. Quelle russe sono state realizzate a zig zag dalle ruspe di imprese specializzate, con bunker studiati per sopravvivere alle cannonate e alle incursioni dei mezzi blindati. Quelle ucraine le hanno scavate in fretta i soldati spaccando con pale e asce il terreno ghiacciato. Sono dritte come nella Grande Guerra, senza rifugi in cemento: se il nemico riesce a entrare in un solo punto, allora tutta la guarnigione è spacciata.
Il confronto mostra come le truppe di Kiev non fossero preparate a combattere in difesa: si erano addestrate solo per l’offensiva, convinte che la vittoria sarebbe arrivata entro il 2023. Invece i loro attacchi si sono arenati davanti al tiro incrociato delle postazioni nemiche e adesso la situazione si è capovolta.
Il presidente Zelensky ha riconosciuto che «le condizioni sono critiche in molti settori» e ha dato la colpa alla sospensione delle forniture americane imposta dai Repubblicani al Congresso. È indubbio che il vuoto creato dalla fine degli aiuti statunitensi stia pesando, soprattutto sull’artiglieria protagonista di tutte le battaglie: oggi i cannoni russi sparano dieci volte più proiettili.
Ma i problemi sono profondi. Mancano gli uomini, perché i reparti non ricevono rimpiazzi e hanno organici sempre più ridotti: in autunno il generale Zaluzhny aveva chiesto invano di mobilitarne mezzo milione; Zelensky pochi mesi dopo lo ha rimosso con una decisione che ha creato sgomento tra i militari. L’effetto di questa scelta si è visto nella caduta di Avdiivka, presidiata da battaglioni con ranghi dimezzati: soldati stremati, che si sono sentiti abbandonati.
In una guerra d’attrito i numeri contano. Dopo le disfatte a Kiev, a Izyum e a Kherson, il Cremlino ha attivato una macchina industriale senza precedenti. Dai depositi vengono tirate fuori centinaia e centinaia di mezzi corazzati ereditati dall’Urss, che le officine modernizzano e spediscono subito al fronte. Le fabbriche lavorano notte e giorno per produrre nuovi modelli di tank, missili, droni, sistemi di disturbo elettronico. Da Iran e Corea del Nord partono carichi di munizioni e di ordigni tanto semplici quanto micidiali. Non è però solo una questione di quantità.
I migliori soldati russi, i professionisti mandati «ad espugnare Kiev in pochi giorni», sono stati decimati nella primavera 2022 dalla sorprendente ed orgogliosa reazione all’invasione. Il generale Gerasimov allora si è reso conto che bisognava cambiare le tattiche e aggiornare le dotazioni. Un processo reso lento dal retaggio della mentalità sovietica che comincia a dare frutti. Fino allo scorso ottobre i cieli erano dominati dai piccoli droni ucraini, adesso sono stati surclassati da quelli di Mosca.
Ci sono ancora plotoni buttati al massacro come carne da cannone, ma accanto a loro compaiono squadre che agiscono in modo coordinato ed efficiente. L’aviazione, assente per mesi dalla lotta, ha assunto un ruolo incisivo e sommerge di bombe teleguidate i capisaldi nemici.
Nonostante il vantaggio, pochi analisti credono che il Cremlino possa ottenere un successo militare definitivo. In questo momento sta tenendo sotto pressione l’intera linea, cercando un punto debole in quattro zone diverse. È molto difficile però che uno sfondamento provochi il crollo delle difese: gli ucraini cedono terreno ma combattono per ogni chilometro. Putin ha un solo modo per vincere sul campo: innescare un collasso, che spezzi la volontà di resistere.
La partita decisiva si gioca oltre il fronte. Ed è una sfida sull’informazione, per condizionare il morale del popolo ucraino: inserirsi nei contrasti politici inevitabili in una democrazia e nella crisi militare per seminare sfiducia. Un’operazione senza confini, manipolando la campagna elettorale americana ed europea per incrinare la solidarietà verso Kiev e frenare le misure contro Mosca. Una vera guerra ibrida, come teorizzato proprio dal generale Gerasimov, sfruttando l’antica abilità del Cremlino nella disinformatia.
Putin ha fretta di chiudere la partita. Sa che ha pochi mesi per concretizzare i suoi disegni: se il conflitto non si ferma, in estate sarà obbligato a decretare un’altra mobilitazione che minerà il suo consenso. E presto le riserve sovietiche di materiali bellici termineranno: quelli di nuova produzione – in un anno circa 300 tank – non possono bastare ad alimentare battaglie che inghiottono centinaia di veicoli corazzati.
Questo spinge molti analisti a ritenere che scatenerà in primavera tutte le sue forze, puntando a celebrare la rielezione alla presidenza con un trofeo da esibire.
L’obiettivo sembra essere il cessate il fuoco, che gli consegni il controllo della regione a est del fiume Dnipro e un allargamento del Donbass. Poi la propaganda si occuperà di presentarlo come trionfatore e premere per ridefinire gli assetti planetari di potere.
Per gli ucraini il negoziato resta inaccettabile, perché significherebbe perdere una parte del Paese e il fallimento della strategia di Zelensky. Il loro futuro dipende dall’aiuto occidentale e dalla capacità dell’Europa di supplire allo stop americano. Da giugno entreranno in servizio i primi caccia F16 e ci saranno finalmente aerei moderni. Questi due anni però hanno dimostrato che non esistono armi in grado di fare la differenza: Kiev ha bisogno di una riforma delle forze armate che le renda in grado di superare la fase negativa. E deve decidere un altro sacrificio: altri uomini da mandare in trincea. Un ulteriore tributo di sangue per la libertà.
di Paolo Brera
Insuccessi militari, aiuti in ritardo, cacciata di Zaluzhny e popolarità in calo: il “comandante coraggioso” affronta i giorni più cupi lanciando appelli a restare uniti.
Ma la difficoltà più grande arriva dal Parlamento e dai tanti deputati in fuga. Non è solo nelle trincee ghiacciate e insanguinate a Est che si tasta il polso all’Ucraina sfiancata da due anni di guerra: è nel suo cuore democratico in fibrillazione, la Verkhovna Rada (il Parlamento) e l’Ufficio presidenziale che gestiscono il Paese. Volodymyr Zelensky, il comandante che timonò la nave nei giorni dell’invasione, oggi rincorre i deputati in fuga mentre tentano di lasciare in anticipo il Parlamento. «Si salvi chi può».
«Solo nei miei Servi del Popolo ho 17 richieste scritte di dimissioni — ha ammesso il capogruppo della fazione presidenziale, David Arakhamia — e non li lasciamo andare. Devono restare sino a fine mandato per adottare le leggi necessarie». Secondo fonti di Repubblica la situazione è peggiorata: sono «più di trenta» i “Servi” in fuga. La tenuta politica è talmente deteriorata che mercoledì Zelensky ha partecipato — prima volta da inizio conflitto — alla riunione della fazione: nonostante l’eccezionalità dell’evento, più di un quarto dei suoi 235 deputati ha dato buca.
Naturalmente hanno parlato dell’argomento più delicato: la legge sulla mobilitazione, necessaria quanto impopolare. Ma il vero tema era riaffermare la legittimità del presidente oltre la scadenza del mandato naturale, ribadire che non ci saranno elezioni imminenti e ammonire chi vuole lasciare il Parlamento: «Zelensky — ha spiegato Arakhamia — ha lanciato un appello a restare uniti, perché i russi stanno tentando di destabilizzare la Verkhovna Rada assicurandosi l’astensione di intere fazioni a maggio. Farà parte di una campagna di disinformazione» e delegittimazione. È un richiamo a un tentativo di ordire un golpe di cui già nei mesi scorsi Zelensky aveva accusato Mosca. Ma è anche un avvertimento ai dissenzienti: chi farà mancare il voto sarà perseguito come agente russo. Non sono più i giorni in cui il Paese era stretto intorno al coraggio e all’abilità del presidente. E nemmeno quelli in cui ammaliava il mondo come una star, fosse il G20 a Bali o il Super Bowl.
È il tempo cupo del rancore, della sfiducia e degli insuccessi militari (ma c’è un successo sottostimato: la vittoria della battaglia del grano e la fine del dominio russo nel Mar Nero). La promessa degli alleati di aiuti militari e finanziari «whatever it takes» si è trasformata in taglio dei fondi e ritardi nelle consegne. La popolarità del presidente crolla, e la cacciata del generale Valery Zaluzhny — che lo supera nei sondaggi — è l’ultima involuzione della guerra di potere. Zaluzhny oggi è «in ferie», firma bandiere ucraine per raccogliere fondi in America e legge ricostruzioni secondo cui sarà l’uomo del dopo Zelensky. «Cacciarlo è stato un azzardo di cui non conosciamo l’esito», dicono fonti diplomatiche. «Aver ribadito che i russi tenteranno il colpo di Stato a maggio mostra quanto sia preoccupato», spiega il direttore dell’Istituto di Politica di Kiev, Ruslan Bortnik. «Zaluzhny avrebbe il sostegno di Poroshenko, Tymoshenko e piccoli gruppi stanchi del dominio di Zelensky. E anche di una bella parte dei Servi».
Al presidente servono 226 voti, non può permettersi la diaspora dei deputati: la fazione ne ha 235 compresi i dimissionari. Facevano carte false per un seggio e per i privilegi altrimenti inaccessibili, ma la musica è cambiata. «Scappano perché hanno poca influenza, il potere è accentrato nell’esecutivo e nel presidente; ma grandi responsabilità politiche che potrebbero diventare penali», spiega Bortnik. Stipendio e vantaggi non bastano più. La società li addita come pigri e corrotti. «Il Parlamento è il vero tallone d’Achille di Zelensky», dice il politologo.
L’inopportunità di votare in un Paese invaso è approvata in Parlamento; ma la politica fiuta comunque primavera. Negli ultimi mesi di difficoltà sul campo e rapporti zoppicanti con gli alleati si è rotto il tabù: sono piovute critiche, e Zelensky ha reagito con la repressione dei rivali. Ha rimosso Zaluzhny; vietato all’ex presidente Poroshenko di espatriare; infine ha fatto nominare una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza a Kiev, possibile preludio della cacciata del sindaco Klitschko che lo aveva accusato di «involuzione autoritaria».
Secondo l’Istituto di sociologia di Kiev, per il 46% degli ucraini si va “nella direzione sbagliata”. La società è esausta ma solo il 32% accetterebbe la pace senza tornare ai confini del 1991. La piena vittoria resta un dogma, e il presidente insiste sulla prossima controffensiva che «sorprenderà i russi» e sulla sua formula di pace: «Non cediamo alla narrativa disfattista alimentata dai russi», dice. Il sociologo Oleksiy Antipovich di “Rating” ha spiegato alla Bbc che «quando un ucraino parla di negoziati di pace intende un percorso lungo il quale gli alleati ci aiutano, ci proteggono e fanno pressione sulla Russia». È un’incognita su cui pende la spada di Damocle delle elezioni americane. Se Trump tornasse presidente finirebbe probabilmente per scaricare su Zelensky la responsabilità della strategia di una guerra non vinta che lascia il Paese con 18 milioni di inattivi e 7 di attivi che dovranno sostenerli. I deputati vorrebbero trovarsi altrove, quando si punterà il dito sulle aspettative non assecondate.
di Paolo Garimberti
La coincidenza, magari casuale (ma la casualità in questa Russia putiniana è sempre sospetta) tra l’uccisione di Aleksej Navalny nella più remota e crudele prigione del Gulag siberiano e il secondo anniversario della guerra all’Ucraina aiuta a mettere a fuoco il disegno perseguito da Vladimir Putin in questi due anni in un crescendo wagneriano di repressione interna e aggressione esterna.
E un’altra coincidenza – questa ancora meno casuale – contribuisce a completare il quadro di quella che si può definire la lucida follia di un ex ufficiale del Kgb che aspira a un vitalizio di potere di stampo sovietico. Parliamo dell’assassinio in Spagna di Maksim Kuzminov, il pilota di elicotteri che aveva disertato in Ucraina, che secondo i servizi spagnoli è stato “senza alcun dubbio” ucciso da sicari russi. L’unica incertezza, ha scritto “El Pais”, è a quale sigla attribuire l’operazione: Svr, l’intelligence esterna, l’ Fsb, la sicurezza interna, o il Gru, lo spionaggio militare. Ma il messaggio è comunque chiaro: “I traditori non vivono a lungo”, come ha titolato il giornale online “Il corrispondente”, spudorata voce della propaganda di Mosca, immediatamente, e di nuovo non casualmente, rilanciato dalla Tass, l’agenzia ufficiale russa.
Ma i “traditori” non devono sopravvivere neppure economicamente e socialmente. A fine gennaio il Parlamento di Mosca ha approvato una legge che autorizza il governo a confiscare le proprietà dei russi che si sono auto-esiliati dall’inizio della guerra, mentre le ambasciate russe fanno pressione nei paesi dove hanno influenza per perseguitare i “dissidenti” (come è successo in Tailandia ad alcuni membri di Bi-2, una delle più popolari orchestre rock moscovite, finiti in carcere). “La Russia storica si è rialzata. Tutta la feccia che esiste in ogni società viene piano piano spazzata via”, si è vantato Putin in un meeting elettorale il cui tema centrale era proprio come ripulire la Russia di tutti gli elementi filo-occidentali. Così, dopo il voto del 17 marzo, senza più oppositori o denigratori, potrà regnare su un purificato “Russkij Mir”, il quasi mitologico “mondo russo” invocato dalle più assolutiste correnti slavofile e anti-europee già dai tempi di Nikolaj Danilevskij, consigliere dello zar Nicola attorno al 1860.
Per capire il disegno di Putin bisogna risalire a due affermazioni, che lo hanno ispirato e sostanziato. La prima è dello stesso Putin: “La fine dell’Unione Sovietica è stata la più grande tragedia geopolitica della Storia”. La seconda è di Barack Obama, quando era presidente degli Stati Uniti: “La Russia è ormai una potenza regionale”. Semmai quella che conta è la Cina: “Pivot to Asia”, come era denominata la dottrina strategica della Casa Bianca. La derivazione quasi automatica era che nel rapporto con la Cina di Xi Jinping la Russia di Putin veniva descritta come un “junior partner”, un alleato minore e dipendente.
Ecco, queste erano per Putin – che, ancora non casualmente, si è fatto riprendere due giorni fa su un nuovissimo bombardiere strategico Tupolev TU 160-M – due offese da lavare con il sangue. Letteralmente, come provano l’invasione dell’Ucraina e l’uccisione di Navalny (le “cause naturali” del certificato consegnato alla madre, se mai vere, sarebbero comunque conseguenze dell’avvelenamento e delle torture carcerarie patite in questi anni). Ucraina e Navalny sono l’alfa e l’omega del disegno putiniano.
Se ricreare l’Urss sul piano geografico era impossibile, plasmarne un simulacro sul piano ideologico, politico e della gestione del potere era un progetto fattibile nella lucida follia putiniana, resa ancora più ossessiva dall’isolamento da Covid. Creare una rete di Stati non ostili o addirittura complici (come nelle triangolazioni commerciali che annacquano le sanzioni occidentali) nelle ex repubbliche sovietiche, specie quelle asiatiche, tranne le baltiche, rifugiatesi nella Nato. Trovare ambigue solidarietà in alcuni Paesi europei, come l’Ungheria di Orban, o la Slovacchia. E, infine, invadere l’Ucraina, definendola uno Stato che non esiste, una branchia della Russia da “denazificare”. L’ “operazione militare speciale” contro Kiev è in fondo la versione aggiornata della “dottrina Breznev” usata per giustificare l’intervento sovietico a Praga nel 1968.
Sul piano interno la riproposizione del modello sovietico è stata realizzata sul piano economico con una conversione a tappe forzata in un’economia di guerra. E sul piano politico attraverso una sistematica repressione del dissenso in patria e all’estero: morti ammazzati (Politkovskaja, Nemtsov, Navalny, per citare i più noti, cui si potrebbe aggiungere anche Prigozhin), esiliati (Khodorkovskij), incarcerati (Kara-Murza e molti altri). Nella campagna elettorale, per un voto che potrebbe consacrarne il potere a vita come accadeva appunto ai segretari generali del Partito comunista sovietico, Putin non ha voluto avere alcun avversario: neppure un candidato innocuo come Boris Nadezhdin, “squalificato” dalla commissione elettorale. Le spoglie mummificate dell’Urss, come quelle di Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa, diventano il “sacro graal” di questa “Russia storica”, per usare le parole del suo leader.
Così all’ “Occidente collettivo”, che va incontro alle elezioni europee e alla cruciale scelta del presidente americano a novembre, la Russia di Putin, al secondo anno di guerra, si propone di nuovo come una minacciosa “potenza globale” con la quale bisogna fare i conti. Anzi, la sua sfida è ancora più alta: essere il collante e la guida di tutti gli scontenti e i critici delle democrazie occidentali così numerosi in quello che, ai tempi dell’Urss, si chiamava “movimento dei non allineati” e che Gideon Rachman, sul “Financial Times”, ha ribattezzato “Putin’s global fan club”. Al quale, a novembre, potrebbe iscriversi, se venisse eletto, Donald Trump.
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