Ieri è arrivata anche la notizia che la presidente del Consiglio italiana volerà a sorpresa il primo marzo a Washington per incontrare Joe Biden. Stando a un comunicato della Casa Bianca, l’incontro servirà soprattutto a formulare “approcci condivisi per affrontare le sfide globali, compreso il loro impegno a continuare a sostenere l’Ucraina mentre affronta l’aggressione della Russia”, e a prevenire “l’escalation regionale in Medio Oriente, fornendo aiuti umanitari alla popolazione di Gaza”.
In risposta all’assassinio di Aleksej Navalny, Washington ha anche annunciato ieri che ci saranno nuove, ”importanti” sanzioni contro la Russia. Sulla lista nera degli Stati Uniti finiranno 500 entità legate ai “sostenitori di Putin e alla sua macchina da guerra”, ha detto all’Afp un portavoce del Dipartimento del Tesoro americano.
Invece, nelle bozze dell’accordo Italia-Ucraina che dovrebbe essere firmato oggi, sulla falsariga di quanto già sottoscritto da Zelensky con Londra, Parigi e Berlino, si legge che Roma garantirà a Kiev “per dieci anni” un’assistenza economica, diplomatica e militare che include anche l’impegno, nel caso di un nuovo attacco russo, a “consultazioni entro 24 ore per determinare le misure necessarie per contrastare o scoraggiare l’invasore”. Uno scudo non automatico, ma pur sempre uno scudo, e ripreso alla lettera dall’intesa dell’Ucraina con gli altri tre grandi Paesi europei.
Ma la grande eccezione italiana resta quelle delle cifre vere degli aiuti. Che restano, ancora una volta, misteriose. Per ovvi motivi di politica interna, di pressioni della Lega, di reazioni scomposte dei Cinquestelle, di imbarazzi nel Pd. Tuttavia la fumosità italiana – decisa già dal precedente governo Draghi – comincia a rappresentare un problema, sul palcoscenico internazionale. L’accordo firmato da Olaf Scholz, ad esempio, contiene un paragrafo con i dettagli degli aiuti, che elenca quelli passati e quelli futuri: 7 miliardi per il 2024 e la promessa di “molti miliardi” negli anni successivi. Idem quello sottoscritto da Emmanuel Macron, che promette 3 miliardi di euro per quest’anno, un impegno in linea con Rishi Sunak (2,9 miliardi di euro), il primo a sottoscrivere un’intesa sulla sicurezza Ucraina-Regno Unito già a metà gennaio.
Alla recente Conferenza di Monaco, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è già dovuto confrontare con le domande dei cronisti stranieri che lo incalzavano sulla scarsità ufficiale degli aiuti italiani. È noto che Roma garantisca molti più aiuti, in realtà, di quelli che dichiara pubblicamente. Una fonte diplomatica parla di “oltre un miliardo” a fronte dei 670 milioni ‘ufficiali’.
Nell’accordo, che per il resto ricalca quello firmato da Zelensky con Macron, Scholz e Sunak, si legge tra le altre cose che l’Italia aiuterà l’Ucraina nel percorso di adesione all’Unione europea e nel graduale avvicinamento alla Nato, che sosterrà le sanzioni contro la Russia – che nel documento sarà condannata di nuovo duramente per l’aggressione del 2022 – che la assisterà nella riforma della sicurezza e della leva militare, che ci saranno collaborazioni rafforzate tra le due industrie della difesa, che si garantiranno aiuti umanitari per la popolazione ucraina.
Ma la reticenza sull’esatto ammontare degli aiuti comincia a essere un problema: il cancelliere Scholz, il più generoso sostenitore di Kiev dopo gli Usa, ripete da settimane che altri Paesi tra cui l’Italia non danno quasi nulla. E a Bruxelles, Berlino ha già cominciato esplicitamente a chiedere di ridurre la propria quota al fondo europeo per l’Ucraina, calcolata in base al Pil. Scholz argomenta che a fronte degli enormi aiuti garantiti al livello bilaterale a Kiev, la Germania intende ridurre il proprio contributo comune.
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