Nel processo ad Alessia Pifferi,
imputata a Milano per aver lasciato morire di stenti la figlia,
“il pubblico ministero continua in realtà ad occuparsi della
posizione della mia assistita” e “sostanzialmente si sta
celebrando il processo a suo carico, in palese violazione del
contraddittorio” e con “una modalità di condotta della pubblica
accusa che non può più essere tollerata, perché fatta in
dispregio del diritto di difesa”.
Lo denuncia l’avvocato Mirko Mazzali, legale di una delle due
psicologhe perquisite nelle scorse settimane e indagate, assieme
all’avvocatessa di Pifferi, nell’inchiesta parallela del pm
Francesco De Tommasi e della Polizia penitenziaria per falso e
favoreggiamento che ipotizza presunti illeciti per aiutare
l’imputata ad ottenere la perizia psichiatrica.
L’avvocato Mazzali fa riferimento a quanto accaduto in
udienza ieri. “Apprendo con sempre più sconcerto e apprensione,
dalla lettura dei quotidiani, quello che avviene nel processo
Pifferi”, chiarisce il difensore della psicologa 58enne.
“Filtrano in continuazione notizie di nuovi possibili indagati -
aggiunge – il pubblico ministero ad ogni udienza non manca di
‘svelare’ nuovi atti di indagine, di preannunciare la
possibilità di potere dimostrare altri fatti, con modalità
francamente inusuali. È evidente – prosegue Mazzali – che questa
situazione, assolutamente anomala, per i danni che sta creando
alla mia assistita, non può passare sotto silenzio”.
Se il processo “a carico della mia assistita”, dice
l’avvocato, “si svolge senza possibilità per la difesa di
interloquire, il ruolo di questo difensore è pregiudicato in
modo irreparabile. Se formalmente tutto ciò è legittimo -
chiarisce ancora – non ne dubito, si tratta però di una modalità
di condotta della pubblica accusa che non può più essere
tollerata”. Per questi motivi, conclude il legale, “ove tale
situazione non venisse a cessare, mi vedrò costretto, mio
malgrado a rinunciare a una difesa, che allo stato è inutile”.
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