Lungo tutta la frontiera himalayana sono in corso grandi progetti infrastrutturali (a cominciare dalla ferrovia Chengdu-Lhasa), tutti accompagnati da un impressionante build-up militare nella frontiera fra Tibet e India. La Cina occupa la regione indiana dell’Aksai-Chin vicino al monte Kailash, rivendica come proprio l’intero stato indiano dell’Arunachal Pradesh, minaccia la piccola monarchia del Bhutan, e vorrebbe costruire una ferrovia fra Lhasa e Katmandu che Delhi considera una minaccia gravissima.
Ma è all’interno del Tibet che la situazione è divenuta disastrosa. Nel tentativo si asservire la storia alle proprie esigenze, Pechino ha rinominato il Tibet con il termine cinese “Xizang” e dietro la scelta semantica si cela un progetto diffuso di assimilazione della minoranza tibetana. Sono oramai oltre un milione i bambini tibetani che sono stati separati in modo forzato dalle proprie famiglie per essere indottrinati in centinaia di boarding school. Nelle scuole/carceri si impara a memoria la storiografia imposta da Pechino, e viene in ogni modo cancellata l’identità tibetana a cominciare dalla “sinizzazione” dello stesso buddismo tibetano. A ciò si aggiungono arresti di massa, continue incursioni delle forze dell’ordine all’interno dei monasteri, un sistema diffuso di sorveglianza con oltre 5 milioni di telecamere con riconoscimento facciale e anche la raccolta forzata del Dna di circa un milione di tibetani.
Proseguono poi senza sosta una serie di progetti idroelettrici in grado di alterare le forniture idriche in tutta l’Asia meridionale. Fra questi, la grande diga di Derge, nella prefettura di Kardze sul fiume Yangtse, che cancellerà decine di villaggi e sei antichi monasteri. La scorsa settimana sono stati arrestati a Wangbuddin oltre cento monaci tibetani che protestavano contro il progetto.
Ma Pechino non si limita alle vicende “terrene”: il governo cinese ritiene un suo diritto interferire e decidere sul processo buddista di reincarnazione e successione del Dalai Lama. La possibilità che in futuro vi siano due Dalai Lama è oramai data per scontata in tutto il Tibet e fra la diaspora. Ma dall’altra parte della catena himalayana c’è chi resiste. Sono le Special Frontier Forces, otto battaglioni di forze speciali, composte da circa 7.000 soldati tibetani reclutati fra la diaspora e inquadrati nell’esercito indiano. Sono forze altamente specializzate, abituate ad operare in alta quota, che svolgono un ruolo importante nella competizione fra India e Cina sulle montagne più alte del mondo: quella “guerra segreta del Tibet” di cui tutti qui parlano sottovoce. Sulla divisa hanno cucito il simbolo del Tibet indipendente prima dell’occupazione cinese (il leone delle nevi).
I soldati tibetani sono una parte rilevante della diaspora tibetana e rappresentano oggi circa il 10% dell’intera popolazione tibetana in esilio: 75mila rifugiati in India e altri 80mila fra Europa e America. La Central Tibetan Administration (il Governo Tibetano in Esilio in India ndr) non interferisce con la struttura militare dei giovani tibetani arruolati nell’esercito indiano, ma si occupa del welfare dei veterani dopo il congedo.
Incontro il veterano Ngawang Tenpa, che ha servito trent’anni nelle forze speciali. «Le Forze Speciali di Frontiera sono nate nel 1962 — racconta — dopo il conflitto fra Cina e India. Il reclutamento è iniziato allora fra i giovani della comunità tibetana in esilio. Le forze speciali sono composte da circa 7.000 unita e fra loro c’è anche un’unita composta da sole donne, l’unità 34. Abbiamo combattuto nella Valle di Galwan in Ladakh nel 2021 — prosegue Ngawang — riuscendo a conquistare un passo strategico e perdendo Nyima Tenzin, comandante di una delle compagnie delle Sff. Al suo funerale, la bara era coperta dalla bandiera dell’India e da quella del Tibet indipendente».
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