La “vertenza” Stellantis ma non solo. L’emergenza lavoro, sanità e casa sono, infatti, le altre facce di una medaglia drammatica per Torino. Quella di una delle città del nord Italia con il più alto tasso di nuove povertà, almeno, a guardare soltanto i numeri in progressiva crescita d’anno in anno di quanti si rivolgono alla Caritas.
Monsignor Roberto Repole come interpreta gli ultimi, inquietanti, numeri della Caritas di Torino che calcolano almeno 25mila poveri di cui uno su due è “nuovo” agli sportelli della Diocesi?
«Dall’ultimo “dossier” della Caritas di Torino emergono alcuni elementi che impressionano. Uno di questi è il fatto che il 53% di coloro che si affacciano alle ai nostri sportelli caritativi, ai nostri gruppi Caritas, sono persone nuove. Il che fa pensare, evidentemente, che c’è una fragilità sociale sempre più diffusa. Perché un conto è avere sempre le stesse persone che vengono, altro è vedere un aumento e questo dice che, probabilmente, ci sentiamo tutti un po’ più fragili».
E poi?
«Un altro elemento significativo è il fatto che molte di quelle delle persone che vengono hanno un lavoro. Nel passato eravamo abituati a pensare che i più i più poveri erano quelli che mancavano della possibilità di sostenersi. Qui abbiamo una situazione in cui chi ha un lavoro e quindi ha un reddito, si trova in condizioni di povertà. E questo ci fa pensare che, probabilmente, le forti disuguaglianze sociali che ci sono sempre più nette, sempre più marcate impoveriscono una fetta davvero troppo, troppo grande di persone».
La responsabilità è politica?
«Su questo credo che ci sia una responsabilità sociale e anche politica. Di tutti, insomma, ecco un altro elemento che metterei all’attenzione: molti vengono con la necessità di curarsi. Perché? Perché hanno bisogno di farlo, magari urgentemente. Il servizio pubblico, per quanto sia efficiente e per cui dobbiamo rendere grazie a tutti gli operatori, spesso non è in grado di venire incontro alle urgenze, ma in certi casi credo che non sia, non sia io a doverlo dire. Il tempo è questione di vita o di morte. Ecco».
Gli ultimi provvedimenti legislativi che hanno eliminato il reddito di cittadinanza e lo hanno sostituito con un altro tipo di sussidio, che effetti ha avuto?
«Su questo, guardi, io non ho la competenza per dirlo. Penso sia una questione che debba affrontare chi fa la politica. La cosa che, invece, a me invece preme richiamare è che davvero non dobbiamo lasciare dietro nessuno e che, se vogliamo continuare ad essere una società solidale, allora bisogna integrare tutti. Lo sguardo sugli ultimi, sui più fragili è il primo sguardo che dobbiamo avere se vogliamo essere una vera comunità».
Monsignore durante il suo intervento, parlando di lavoro, lei ha sottolineato come le forme di lavoro povero, che impegnano magari più ore e pagano meno, siano la nuova forma di schiavitù, è così?
«Siamo molto propensi a giudicare, magari con un con una certa nettezza, la schiavitù del passato, perché appunto è del passato, ma non sempre abbiamo la stessa lucidità nel leggere il presente, no? Io credo che il cosiddetto “economicismo interante”, cioè il ridurre tutto soltanto alla logica del profitto, renda le persone serve del profitto. Da un lato ci sono le persone che guadagnano tantissimo ma magari non hanno più neanche il tempo per vivere. E dall’altra persone che lavorano tanto e nonostante ciò, non riescono a sostentare se stessi e le proprie famiglie. Su questo dobbiamo fare una riflessione tutti. Che cosa vogliamo? L’uomo al centro dell’economia o l’inverso?»
Prendiamo un caso pratico, la “vertenza” che preoccupa di più Torino e gli operai di Mirafiori, l’annuncio di nuova cassa integrazione e per la prima volta in quindici anni, uno sciopero unitario dei sindacati che coinvolgerà anche l’indotto. Per Torino potrebbe essere un dramma. Cosa ne pensa?
«Penso che il lavoro debba dare dignità. E, quindi, dobbiamo essere tutti molto attenti, anche coesi il più possibile. La Chiesa fa la sua parte. Poi c’è la società civile, c’è la politica. La cassa integrazione e i licenziamenti non sono soltanto dei numeri, sono delle persone, sono dei cuori, sono delle storie e delle famiglie. Sono delle responsabilità. Quando ci mettiamo in quest’ottica, allora, credo che possiamo avere uno sguardo più ampio per leggere questi fenomeni sociali».
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