Nelle vostre classi le assenze non sono una novità, quanti sono i bambini di origini straniera?
«Nella mia classe siamo oltre il 70 per cento, per lo più di origine magrebina. Nella scuola c’è una presenza tra il 40 e il 50 per cento, tutti bambini nati in Italia, senza nessun problema di lingua. Sono 40 giorni che in classe teniamo il countdown per questa festività, molto sentita per la comunità islamica, come se fosse Natale. Quando tornano in classe li faccio spiegare che hanno fatto, come si festeggia, parlarne agli altri bambini. Alcuni, anche se ancora piccoli, seguono le prescrizioni del digiuno».
Insomma nessuno stupore per i banchi vuoti?
«Assolutamente no. Nella mia classe ieri erano in sei, in un’altra invece tre. Questi sono i numeri».
Potrebbe essere una buona soluzione anche per Biella aggiungere un giorno di festività, come è successo nella scuola di Pioltello?
«Quella è la conclusione di un percorso, calarla dall’alto, a freddo, rischia di essere poco compreso e quindi divisivo. Ci vuole un percorso di riconoscimento delle differenze, anche sul calendario: riconosci la mia festa, perché per me è un giorno speciale. Dopo le vacanze di Natale ero abituato a chiedere ai bimbi che cosa aveva ricevuto. Ma in una classe multietnica la maggioranza dice di non aver ricevuto niente. Si può arrivare a un giorno di festa in più per tutti, ma con un coinvolgimento delle famiglie e dei bambini in un percorso didattico condiviso da tutta la comunità educante».
Quali sono le difficoltà dell’integrazione di culture diverse?
«Rispetto alla cultura islamica si pone un problema sul ruolo della donna, più si va avanti con l’età e più si sente la questione di genere. Bisogna lavorare per valorizzare le differenze, ma anche su uguaglianza e auto-determinazione. Le idee e i percorsi per valorizzare la figura femminile sono tanti, per esempio noi lavoriamo molto sulla Costituzione. È un percorso non sempre facile, ma si può fare. E si fa».