A breve ci sarà occasione per assistere gratuitamente a una proiezione, in lingua originale con sottotitoli in italiano, di questo classico. L’appuntamento è per il prossimo 21 aprile (prenotazioni online a partire dal giorno precedente) al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nell’ambito della rassegna «Magnifiche Ossessioni» che dallo scorso 20 marzo è dedicata a pietre miliari del mélo hollywoodiano. Pellicole girate tra il 1951 e il 1959. Caratterizzate, si legge sul sito dedicato, dal «conflitto lacerante tra aspirazioni individuali e regole sociali». Titoli epocali. «Come le foglie al vento», «Picnic», «La gatta sul tetto che scotta», «Foglie d’autunno». Tra questi, «L’amore è una cosa meravigliosa». Un film che resta indimenticato per molti e diversi motivi. Condivide con altre opere coeve caratteristiche estetiche di base: l’uso del colore e della fotografia nuovo e smagliante, l’interazione particolarmente efficace e trascinante con la colonna sonora, il senso ultimo di un racconto definitivo e assoluto che affronta direttamente le questioni e le svolge con sceneggiature tanto brillanti quanto certosine. La storia possiede inoltre delle peculiarità che la rendono speciale. Guardandola si ha innanzitutto la sensazione di conoscere due belle persone. Un uomo e una donna dai vissuti complicati. Protagonisti che affrontano realtà difficili senza essere mai sopra le righe. Rimettono le cose in prospettiva. In equilibrio. Il loro sentimento è adulto, profondo, quieto. È garbato e intelligente e si dipana in colloqui garbati e intelligenti. In dialoghi che restano nella memoria. Lui che all’inizio della loro conoscenza la complimenta per il vestito che indossa. E lei che scherzando promette: «Gliene farò un presente». Poi, più avanti nella loro frequentazione, lei che osserva pensosa: «Tu sei dolce, Mark. E non c’è niente di più forte della dolcezza». Lei che gli insegna a gridare «Carestia! Carestia!» come si faceva un tempo al suo Paese in campagna per nascondere un buon raccolto e non rischiare di suscitare l’invidia degli dei. Loro che sostengono d’accordo che ogni donna innamorata dovrebbe avere un giardino e ogni uomo innamorato dovrebbe avere una montagna. Lui che afferma: «Mi rende orgoglioso di te sapere che qualsiasi tuo dolore non ti renderebbe sorda alle pene degli altri». Poi la separazione. E lo scambio di lettere. Numerate. E infine Suyin, quando la peggiore notizia del mondo giunge a trafiggerla, cerca disperatamente un riscatto dalla propria pena: «Lui è morto. Ma le sue lettere arriveranno. Una per una. Continueranno ad arrivare. Una per una».