AGI – Oltre 330 artisti e collettivi che vivono in 80 Paesi, inclusi Hong Kong, Palestina e Porto Rico. Ottantasette partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Quattro i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica del Benin, Etiopia, Repubblica Democratica di Timor Leste e Repubblica Unita della Tanzania. Repubblica di Panama e Senegal partecipano per la prima volta con un proprio padiglione.
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Ecco i cinque (più uno) padiglioni da non perdere
Decisamente toccante l’opera del collettivo artistico ucraino Open Group. La mostra, intitolata “Repeat after Me II”, presenta due video che ritraggono i rifugiati della guerra in Ucraina mentre ripetono i suoni dei proiettili, dei colpi di cannone, delle sirene e delle esplosioni, accompagnati da un testo che descrive un’arma letale. Suoni, familiari ai membri del collettivo ed enfatizzati in modo inquietante dall’uso di microfoni, suggerendo quasi la possibilità di un karaoke, quasi ad indicare “la colonna sonora di una guerra”.
Sovraccarichi di stimoli l’approdo al Padiglione Italia è una sorta di oasi di pace. Quello nato dalla collaborazione tra l’artista Massimo Bartolini (Cecina, 1962) e il curatore Luca Cerizza è infatti un padiglione minimal, quasi zen (parola quanto mai adatta visto che al centro di una immensa sala compare una minuscola statuina del pensatore Bodhisattva). Accanto a questa l’installazione Due qui/To Hear, inno all’importanza dell’ascolto e della pausa. Qui, in una selva di ponteggi, alcuni organi meccanici producono melodie continue attorno ad una vasca circolare dove un’onda armonicamente ripete se stessa.
Mappe, culture, viaggi, peregrinazioni, migrazioni. Il tema della 60esima edizione elevato all’ennesima potenza sotto ogni aspetto e da ogni prospettiva. Al centro degli incredibili spazi dell’Arsenale di Venezia (che già di per sè valgono una visita) una interessante installazione in cui su una decina di megaschermi alcune mani tracciano le mappe della loro migrazione raccontandone tappe e ragioni.
Per la prima volta un artista indigeno e queer, Jeffrey Gibson, fa la sua storica apparizione al Padiglione degli Stati Uniti con “The space in which to place me”. Accompagnato dalle curatrici Abigail Winograd e Kathleen Ash-Milby, membri della Navajo Nation e esperte d’arte nativo-americana al Portland Art Museum, Gibson trasforma il padiglione in un vibrante tributo alle culture marginalizzate e oppresse nelle loro terre ancestrali. Attraverso dipinti, poesie visive e sculture di perle adornate con motivi tipici delle tribù indiane, l’opera di Gibson offre un potente riflesso delle lotte e delle esperienze delle comunità indigene.
Il Padiglione della Santa Sede intitolato “Con i miei occhi” (Bruno Racine e Chiara Parisi) è allestito in un luogo decisamente diverso da quelli solitamente usati per la Biennale Arte: la Casa di reclusione femminile della Giudecca. Si tratta di un percorso unico e senza precedenti: le opere sono il frutto dell’incontro tra gli artisti e le ottanta detenute e la stessa visita è un incontro tra il pubblico avviene e le ospiti dell’istituto di pena.
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