Con questo nuovo bilancio, sono ormai 44 i morti e varie centinaia di feriti delle tensioni scatenate nel paese sudamericano dallo scorso 7 dicembre, cioé dalla destituzione dell’allora presidente Pedro Castillo, che sta scontando una condanna a 18 mesi di custodia cautelare. L’Ufficio del Difensore del popolo peruviano ha confermato che ieri a Juliaca si è registrato il giorno più cruento da quando è in atto uno sciopero a tempo indeterminato, attraverso il quale i manifestanti chiedono lo scioglimento del Parlamento, le dimissioni della presidente Dina Boluarte -che era la vice di Castillo e ne ha preso il posto dopo la destituzione del capo di Stato- e immediate elezioni anticipate.
Si è trattato, secondo i media, di una battaglia in cui i manifestanti hanno cercato di occupare l’aeroporto, trovando uno sbarramento di agenti che hanno utilizzato armi e lacrimogeni. Il governo è convinto che le proteste siano promosse e finanziate da gruppi terroristici e narcos. Tesi respinta dai movimenti che manifestano con blocchi stradali e cortei in numerose regioni del centro-sud peruviano. In un editoriale pubblicato oggi, il quotidiano centrista La Republica sottolinea che “per questa situazione, di cui sono corresponsabili sia il governo sia il Parlamento nazionale, non si prospetta nessuna soluzione politica”.
Riflettendo sull’emergenza, il giornale sostiene che “in relazione al Perù meridionale, ci sono condizioni specifiche che spiegano le proteste che si svolgono in varie città della regione di Puno e che conferiscono alle rivendicazioni un carattere unico”. In primo luogo, si precisa, “l’incuria storica che il paese ha mantenuto nei confronti di questa regione, non solo in questo governo, ma anche in quelli precedenti, che hanno fatto poco per includere nello sviluppo questa importante parte del Perù”.