“La necessità di recuperare una coscienza politica e un’educazione sentimentale” sono i temi del romanzo, “consoni ai tempi che viviamo e necessari da affrontare”, che hanno convinto Longhi a puntare sul racconto di formazione dell’artista cileno, in bilico tra una dimensione intima e una sociale. Ambientato nella Santiago del 1986, nell’anno dell’attentato fallito a Pinochet, il racconto ha per protagonisti Carlos, uno studente militante del Fronte Patriottico (interpretato da Francesco Centorame), e La fata dell’angolo, un travestito appassionato di canzoni d’amore, interpretato da Lino Guanciale, che firma la drammaturgia dell’opera. È stato lui il primo ad essere “folgorato” dal testo di Lemebel, regalatogli dalla moglie e subito proposto a Longhi.
“Del romanzo – racconta il regista – colpiscono la capacità di intrecciare piani diversi, il pubblico e il privato, sentimentale e politico. È un piccolo, grande libro di formazione, ma anche un affresco da romanzo storico concentrato con una concisione quasi drammaturgica”. Questo grazie all’incontro tra Carlos e la trans, da cui partono “il percorso di formazione politica della Fata, che acquisisce coscienza e l’educazione sentimentale di Carlos, che parte da una posizione intransigentemente politica”.
In questa vicenda, che si intreccia a quelle del dittatore Augusto Pinochet (Mario Pirrello) e di sua moglie Dona Lucia (Arianna Scommegna), “ho intuito la chance – spiega Lino Guanciale – di comunicare il nesso tra eros e politica, la necessità di trovare un equilibrio per costruire una società ‘impilastrata’ decentemente”.
Ad affascinare Longhi e Guanciale non solo i temi, ma soprattutto la scrittura di Lemebel: “un concentrato di oralità dirompente e di inventiva linguistica straordinaria che si incardina – sottolinea Longhi – in una stagione che ha al suo centro la fisicità del linguaggio”. Per questo, aggiunge Guanciale, è stato scelto “un adattamento non convenzionale, un’edizione teatrale del romanzo”, anche per preservare “la fortissima capacità di Lemebel – prosegue Longhi, ricordando che l’autore fu anche iconica voce radiofonica degli anni immediatamente successivi alla dittatura – di parlare direttamente all’umano”. Tanto che “l’idea di teatro umano – conclude il regista – è il pilastro che regge questo spettacolo”.
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