Tra i russi in fila per il candidato presidente pacifista Nadezhdin: “Una firma per dire ‘no’ al conflitto in Ucraina”
Sospettavano tutti, i suoi sostenitori compresi, che questo veterano sessantenne della politica russa fosse un oppositore di facciata del Cremlino, buono per dare una spolverata di democrazia e una spruzzata di pepe a un voto dall’esito scontato – la riconferma di Vladimir Putin per un quinto mandato – ma utile anche a ingrossare l’affluenza e ad affossare la portata del movimento pacifista con una percentuale irrisoria. Come lo fu Ksenia Sobchak nel 2018. Ma il gioco, se mai lo è stato, è sfuggito di mano. E alla fine è stato sabotato.
Migliaia di russi si erano messi a sorpresa in fila a fine gennaio per firmare a sostegno della sua candidatura e, a dispetto dei sospetti, per esprimere il loro dissenso nell’unica forma legale rimasta. Merito anche degli appelli degli oppositori in esilio, dall’oligarca Mikhail Khodorkovskij ai collaboratori del prigioniero politico Aleksej Navalnyj.
E un sondaggio di Russian Field, commissionato dallo stesso quartier generale di Nadezhdin, lo dava al 7,8% – di lunga sopra agli altri tre soli sfidanti di Putin infine ammessi, tutti candidati di partiti rappresentati in Parlamento: Nikolaj Kharitonov, Partito comunista; Leonid Slutskij, leader del nazionalista Partito Liberal democratico; Vladislav Davankov, Gente Nuova.
Una percentuale, ha scritto il media indipendente Meduza di stanza a Riga, condivisa dal Cremlino che per di più prevedeva che in prossimità del voto sarebbe potuta arrivare alla doppia cifra.
Un rischio che non si poteva correre in un voto che deve essere un plebiscito per Putin, ma anche un referendum su due anni di offensiva contro Kiev.
“Diventerebbe troppo chiaro che il sistema dei partiti non ha assolutamente nulla a che fare con la rappresentanza reale. Si scoprirebbe che la persona “della strada” guadagna di più, il che significa che qualcosa non va”, avrebbe inoltre detto una fonte a Meduza.
Nell’arco di un mese Nadezhdin, ha proseguito la fonte “si è trasformata da una storia di nicchia a una storia di massa”. Il Cremlino si è reso conto di aver sottovalutato il numero di russi capaci di “esprimersi attivamente” contro il conflitto in Ucraina, seppure in una forma indiretta, e alla fine è corso ai ripari.
Lo stratagemma è il solito: invalidare oltre il 5% delle oltre 100mila firme raccolte da Nadezhdin per sostenere la sua candidatura, requisito richiesto per partecipare al voto a chi come lui corre con un partito, Iniziativa civica, non rappresentato in Parlamento.
E dire che la candidatura di Nadezhdin sembrava essere stata concordata con il Cremlino. C’era chi, come il media indipendente Verstka, lo aveva anche scritto.
Troppo dubbio il suo passato politico altalenante. Assistente negli anni Novanta dell’allora premier e oggi influente primo vicecapo dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko, ma anche deputato della Duma nelle fila dell’Unione delle forze di destra del liberale Boris Nemtsov, assassinato nel 2015.
Iscritto a partiti dell’opposizione sistemica avallata dal Cremlino come Partito della Crescita, ma anche soprannominato “capro espiatorio liberale” per le sue comparsate nei talk show della tv di Stato come unica voce fuori dal coro ammessa.
Candidato due volte alle primarie del partito al potere Russia Unita, ma infine eletto consigliere Dolgoprudnyj, vicino a Mosca, nelle file di Russia Giusta, il partito di Sergej Mironov, apparso alla Duma col martello usato dal defunto leader di Wagner per giustiziare i suoi disertori, e dello scrittore combattente nel Donbass Zakhar Prilepin.
Infine l’ultima giravolta: la candidatura alle presidenziali contro Putin e contro l’Operazione militare speciale. La campagna è stata una sfida in crescendo.
Nadezhdin ha accusato il leader del Cremlino di «vedere il mondo dal passato e di trascinare la Russia nel passato». Ha incontrato le madri e mogli dei mobilitati.
Se eletto, ha promesso di riportare a casa i soldati e liberare i prigionieri politici. Ha anche definito «sciocchezze da Medioevo» gli attacchi al diritto d’aborto e le leggi contro il movimento Lgbt.
Vero o falso che fosse, le sue parole hanno galvanizzato quei russi, soprattutto i più giovani, che ancora si oppongono a Putin e alle sue politiche.
Finché la Commissione elettorale centrale non gli ha sbarrato le porte invalidando oltre 9mila firme a suo sostegno. E centrando comunque l’obiettivo: niente rischi per Putin che resterà al Cremlino almeno fino al 2026, ma anche un pizzico di pathos in una campagna presidenziale che si annunciava noiosa.
Ad aumentare l’affluenza alle urne, basterà il voto elettronico. E a incanalare il voto di protesta, spera il Cremlino, sarà Davankov che, a sorpresa, aveva firmato per il rivale pacifista sessantenne.
Nadezhdin sostiene che le irregolarità contestate siano dovute a errori di digitalizzazione commessi dagli stessi funzionari governativi. Ha promesso battaglia.
“Nessuna Majdan”, nessuna rivoluzione di piazza, però. Ha detto che ricorrerà alla Corte Suprema e, in caso di rifiuto, alla Corte Costituzionale, il massimo organo giuridico del Paese.
“Creeremo un movimento, abbiamo già un partito! Prima o poi diventerò presidente della Federazione Russa!”. Aspirazioni però senza speranza. A dispetto del suo cognome.
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