Tra i russi in fila per il candidato presidente pacifista Nadezhdin: “Una firma per dire ‘no’ al conflitto in Ucraina”
“Quando lo scorso autunno ho deciso di candidarmi alle presidenziali, ho convocato tutti, mia moglie Natalia e i miei quattro figli, compresa la maggiore di 42 anni, proprio qui”, dice battendo entrambe le mani sul tavolo della cucina dove sediamo.
Il suo nome sulla scheda elettorale però non c’è benché, unico candidato a definirsi un «oppositore di principio del presidente» e a chiedere la fine dell’offensiva in Ucraina, avesse spinto oltre 100mila russi a mettersi in fila tra fine gennaio e inizio febbraio per sostenere con la loro firma la sua candidatura. La Commissione elettorale gli ha sbarrato la strada. Ma Nadezhdin, 60 anni, non demorde. “Sono convinto che Vladimir Putin non durerà altri sei anni”, dice con la sicumera di chi naviga la politica russa da tre decenni.
Gli oppositori in esilio propongono di presentarsi ai seggi alle 12 di domani per dimostrare che si è in tanti. Sostiene quest’iniziativa, il cosiddetto “Mezzogiorno contro Putin”?
“È difficile immaginare che si creeranno file a mezzogiorno. L’iniziativa è stata promossa dal team di Aleksej Navalny, che conta 1 o 2 milioni di seguaci. Vale a dire 10-20 persone a seggio. A Mosca, magari, il doppio. I miei potenziali elettori sono molti di più: circa 10-15 milioni. A loro dico: votate, ma non per Vladimir Putin. E votate domenica per evitare le manipolazioni dei giorni precedenti. Ma non importa l’ora”.
La sfilacciata opposizione russa si era compattata attorno alla sua candidatura, da Mikhail Khodorkovskij in esilio ad Aleksej Navalny in carcere quand’era ancora vita. Non vi state coordinando dunque?
“Sono riconoscente a tutti quelli che mi hanno sostenuto, ma non ho chiesto niente a nessuno. Ho intrapreso da solo questa strada. Non ho mai concordato la mia agenda con loro, né intendo farlo. Sono una persona normale, non sono di certo un messia. Ma mi occupo di politica da trent’anni e conosco i bisogni del Paese. Ho una mia strategia. E per portarla avanti, devo rimanere qui e in libertà. Non penso sia possibile far politica in Russia senza stare qui. Per questo mi astengo da azioni radicali”.
Quindi non raccoglierà neppure l’appello della vedova Yulia Navalnaya a “starle accanto”?
“Navalny è stato un grande politico e la sua morte è stata una tragedia per me. Ma i suoi sostenitori non sono abbastanza per vincere alle parlamentari e presidenziali. I miei potenziali elettori sono molti di più e non amano l’opposizione radicale. Di conseguenza non ho interesse a coordinarmi con Navalnaya. Il suo sostegno può farmi perdere, più che guadagnare. Lo dico con tutto il rispetto per la sua attività e per il suo lutto”.
Perché non ha invitato i suoi sostenitori a protestare dopo che è stato escluso dal voto?
“Sono in politica da oltre trent’anni e da venti all’opposizione. Conosco le linee rosse da non attraversare per restare in libertà. Ho la mia strategia e sono convinto che sia più valida che sobillare una rivoluzione. Le conseguenze le sappiamo”.
Quale sarà la sua prossima mossa allora?
“Avevo radunato 5mila volontari per monitorare le elezioni, ma per la legge russa soltanto i candidati registrati possono accreditare osservatori ai seggi, ma hanno tutti rifiutato la mia offerta. Sono sicuro che sia arrivato un segnale dall’alto. Adesso non mi resta che invitare i miei sostenitori a boicottare Putin. Ma la mia strategia non si ferma al 17 marzo. È proiettata nel futuro. Sono convinto che Putin non resterà al potere per altri sei anni”.
Perché? Che cosa pensa che succederà? Una rivoluzione o un golpe?
“È chiaro che sempre più gente non sostiene né Putin né la sua Operazione militare speciale. Lo vediamo dai sondaggi e dalle code che si sono create per sostenere la mia candidatura o per rendere omaggio alla tomba di Navalny. In più élite e imprenditori iniziano a pensare che i problemi si aggraveranno se al potere resterà Putin. Questa crisi può avere diversi sbocchi. La migliore via d’uscita per Putin e per il Paese è che sia egli stesso a nominare un erede. E io mi sto preparando”.
Come?
“Un momento cruciale saranno le parlamentari del 2026. Secondo i sondaggi, oltre il 50 percento della popolazione è favorevole alla pace. E l’unico candidato pacifista finora sono stato io. Iniziativa Civica, il partito che aveva promosso la mia candidatura al Cremlino, potrebbe diventare il primo in Parlamento. E quindi già a partire da questa primavera voglio rafforzarlo e consolidarlo. Se riesco a portarlo dentro alla Duma, alle prossime elezioni presidenziali potrò candidarmi senza dover raccogliere firme. E per candidare il partito alla Duma, basta che vinca in almeno una regione russa. È un metodo legale che alla fine porterà al cambiamento in Russia. Abbiamo due anni di tempo. A settembre sono previste elezioni in 13 regioni, tra cui Mosca e il Tatarstan”.
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L’hanno ostacolata una volta, non potrebbero ostacolarla di nuovo?
“Possono respingere la candidatura di un Nadzhedin, non di cento Nadzhedin. Quando mi sono candidato per la prima volta alla Duma, c’era ancora il Partito comunista al potere, eppure ho battuto un loro deputato storico. E allora non c’erano né Internet, né YouTube. Con i mezzi di oggi, sarà anche più facile”.
Ma tanti finiscono in carcere. Lei non pensa di essere in pericolo?
“Critico Putin da vent’anni. E da due anni dico che l’Operazione militare speciale sta provocando morti e distruzioni. Prima che iniziasse la campagna elettorale, lo dicevo in tv. Poi hanno smesso di chiamarmi. Naturalmente la mia famiglia è preoccupata. Prima di candidarmi, li ho dovuti convincere. Ho spiegato loro che in vent’anni non ho mai superato le linee rosse. Non ho mai criticato Putin come persona, ma soltanto quello che fa. E a differenza di Navalny e di Ilja Jashin, non ho mai usato espressioni sopra le righe”.
Conosce Putin e tanti di quelli che frequentano i corridoi del Cremlino. È stato consigliere dell’attuale vicecapo dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko. Li ha sentiti?
“Ci diamo del “tu”. Ma sono all’opposizione da vent’anni. Kirienko l’ho visto l’ultima volta ai funerali di Boris Nemtsov nel 2015. Da tempo non ho contatti né di lavoro né di amicizia con nessuno di loro. Se ho più libertà di parola, è perché mi conoscono, probabilmente. Una cosa è arrestare Navalny o Jashin, un’altra mettere in gabbia una persona con cui ti consultavi nel tuo studio”.
I suoi trascorsi hanno però sollevato il sospetto che la sua fosse una candidatura concordata per dare una parvenza di democrazia al voto. Come risponde?
“Mi sospettano tutti di qualcosa. L’opposizione radicale di essere un fantoccio del Cremlino, la propaganda statale nella persona di Soloviov di essere sponsorizzato da Khodorkovskij o dai servizi ucraini. Nessuno riesce a immaginare che in Russia ci sia qualcuno che possa decidere liberamente di candidarsi alle presidenziali. La decisione di candidarmi l’ho presa qui, a questo tavolo, con mia moglie e i miei figli. Non ne ho parlato con nessuno al potere. Forse è proprio per questo che ho raccolto così tanti consensi tra la gente. Perché non rientro in nessuna casella politica russa. Non faccio parte né dell’opposizione sistemica che siede dentro alla Duma, né di quella non sistemica che sta all’estero o in carcere. Non faccio parte del regime, ma non sono neppure così radicale da far temere che sostenermi sia un rischio”.
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