Il piano di Biden prevede che il riconoscimento della Palestina arrivi dopo una tregua a Gaza di almeno sei settimane, per avere il tempo di raccogliere il sostegno necessario, formare un governo palestinese ad interim e bloccare almeno per il momento l’invasione di terra a Rafah, che invece farebbe saltare tutto. Attorno al 10 marzo comincia il mese di Ramadan, sacro per i musulmani, e il cessate il fuoco servirebbe anche a non esasperare ancora la situazione – che dentro la Striscia è già disperante. Il conteggio dei palestinesi morti – secondo il ministero della Sanità di Gaza – è arrivato a ventinovemila, una percentuale alta di vittime sono bambini e donne e gli abitanti di Gaza vivono in uno stato di assedio dove si soffre la fame e l’assoluta incertezza su che cosa succederà nei prossimi giorni. Riconoscere in modo unilaterale lo Stato di Palestina era già considerato un possibile strumento di pressione su Israele ai tempi dell’Amministrazione Obama, ora Biden ci prova da presidente.
Secondo la stampa israeliana ieri Netanyahu si è incontrato con i ministri e i vertici della Difesa e avrebbe approvato un piano del ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, per bloccare l’accesso della Spianata delle moschee ai musulmani durante il mese di Ramadan. La Spianata delle moschee è un luogo sacro di Gerusalemme e il divieto di accesso sarebbe considerato una provocazione. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, vorrebbe invece che fosse possibile accedere alla Spianata per un numero limitato di fedeli arabo israeliani controllati e approvati in anticipo e già così dice che potrebbe non essere sufficiente a placare la tensione. L’idea è che se con un divieto parziale ci sarebbero problemi, con un divieto totale i problemi sarebbero inevitabili. Il ministro della Difesa Yoav Gallant e il membro del gabinetto di guerra Benny Gantz si sarebbero infuriati durante la riunione e Gallant avrebbe detto che così «difesa e sicurezza sono stati aggirati sulla decisione». Ben-Gvir invece sostiene che «non possiamo permettere a Hamas di celebrare il Ramadan a Gerusalemme mentre ci sono ostaggi a Gaza».
Gallant ha dichiarato che Hamas starebbe cercando un sostituto per il leader dentro Gaza, Yahya Sinwar, ma non conferma le voci che lo vorrebbero morto oppure disperso. Piuttosto il ministro sostiene che il gruppo palestinese non avrebbe più fiducia nei suoi comandanti di Gaza: i capi che sono rimasti all’esterno della Striscia, con in testa Ismail Haniyeh, vogliono qualcun altro a comandare dentro la Striscia. Si tratta di una cattiva notizia per quel che riguarda i negoziati, perché da gennaio in poi Haniyeh è stato molto più intransigente di Sinwar sui termini dell’accordo con Israele e ha fatto richieste giudicate irricevibili, tanto che le trattative al momento sono in stato comatoso. Secondo il ministro in questi giorni si sarebbero arresi centinaia di combattenti di Hamas, dopo avere perso il controllo su Khan Yunis. Gallant sostiene che il gruppo palestinese ormai disponga di due battaglioni nella fascia centrale della Striscia e di altri quattro battaglioni a Rafah, nell’estremo Sud, e che l’eliminazione di queste forze – ancora pericolose ma residuali – porterà «al collasso totale» di Hamas: «Nessuno verrà ad aiutarli, né gli iraniani, né gli aiuti internazionali»