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Afghanistan, quando è meglio dare tua figlia a uno sconosciuto

Tempo di lettura: 4 minuti

Ultimo aggiornamento 16 Ottobre, 2023, 20:17:57 di Maurizio Barra

Questa è la storia di un racconto mai nato e la notizia, per una volta, sta tutta qui. Un giornalista che arriva a Kabul con l’obiettivo di svolgere il suo lavoro e documentare vari aspetti della società, dell’economia e della vita nell’Afghanistan di oggi, a più di due anni dal ritorno al potere dei talebani

Un lavoro necessario in un paese precipitato in un abisso di terrore, oscurantismo e fanatismo imposti da un gruppo minoritario di fondamentalisti, capaci di prendere il potere dopo la fuga disastrosa di noi occidentali, nell’agosto 2021. Eppure, dopo soli quattro giorni dal mio arrivo, mi trovo già in coda per entrare nell’aeroporto di Kabul, in attesa di un volo per l’estero che gli stessi talebani mi hanno obbligato a prendere per non finire in carcere. Una permanenza brevissima durante la quale il regime della Repubblica Islamica mi ha tenuto in una specie di limbo, impossibilitato a lavorare. 

Oggi, per svolgere attività giornalistica in Afghanistan devi prima ottenere, non sempre con successo, un visto di ingresso e dopo di ciò, un ulteriore permesso rilasciato dal Ministero degli Affari Esteri. Questo pezzo di carta obbligatorio, da mostrare a ogni check point, reception di hotel, struttura governativa, viene rilasciato sempre più di rado, impedendo di fatto a un numero crescente di giornalisti di poter lavorare.

Un talebano armato mentre presidia le strade a un check point Giammarco Sicuro

Un talebano armato mentre presidia le strade a un check point

E così è successo anche a me, dovendo rinunciare a una serie di interviste, racconti e storie già programmate. Come quella di Zohra, ragazza afgana che da due anni cerca disperatamente di lasciare il paese. Zohra ha studiato all’università, parla inglese, lavorava in un ministero e oggi è disoccupata e minacciata. 
Lei mi aspettava in un luogo sicuro, assieme ad altre sei donne afgane, per rilasciarmi un’intervista in cui avrebbe descritto la sistematica violazione di diritti umani nei loro confronti e la paura crescente di venire ammazzate: una voce che però, non ho potuto raccogliere. 

Non ottenere il permesso dal Ministero afgano significa non poter documentare e ciò che rimane di questo viaggio sono pochissime foto, scattate col rischio di venire arrestato. In una di queste, si vede uno dei tantissimi manifesti sistemati lungo le strade afgane. C’è raffigurata una donna interamente coperta da un velo e la scritta recita: “L’hejab significa stare al sicuro da ogni sguardo, eccetto lo sguardo di Allah”. 

 

Uno dei tantissimi manifesti che invita le donne a indossare l’hejab Giammarco Sicuro

Uno dei tantissimi manifesti che invita le donne a indossare l’hejab

Dal loro ritorno al potere, i talebani hanno chiuso le scuole femminili ed è grazie a poche, eroiche, Ong se qualche alunna può ancora frequentare le lezioni. Un’altra storia che non ho potuto raccontare, annullando un appuntamento già preso. Sarebbero stato le stesse maestre a farmi visitare una delle classi segrete dove ogni giorno le bambine studiano inglese, scienze e altre materie. 
“Siamo molto tristi per il nostro mancato incontro – mi hanno scritto successivamente – ma noi continueremo comunque a garantire loro un’istruzione, nonostante le minacce”. Le scuole clandestine restano aperte ma con enormi rischi per chi lo rende possibile. “Le nostre lezioni tengono psicologicamente in vita le nostre studentesse – aggiungono in una mail i responsabili della Ong – e ogni giorno discutiamo con loro di diritti civili per farle crescere come donne”. 

 

Un gruppo di donne con i figli, nella sala di attesa di una clinica di Kabul Giammarco Sicuro

Un gruppo di donne con i figli, nella sala di attesa di una clinica di Kabul

Diritti negati e fame, in un paese economicamente in ginocchio. Il mancato permesso non mi ha consentito neppure di visitare ospedali e cliniche dove da mesi si moltiplicano i casi di malnutrizione infantile. Lo avrei fatto assieme a Unicef e a Emergency, Ong italiana. Due organizzazioni solidali che continuano a promuovere progetti in Afghanistan, nonostante tutto. La mia permanenza a Kabul, però, è stata troppo breve e senza permesso mi sono dovuto limitare a osservare, prima di ricevere il definitivo avviso di espulsione. 
L’ultima, fortissima e potente immagine è proprio quella che mi arriva dalla lunga fila di macchine in attesa di entrare all’interno dell’aeroporto. Il mio volo decollerà a breve e dal finestrino osservo decine di bambini che si lanciano sulle automobili, per chiedere l’elemosina o provare a venderci delle bottigliette d’acqua. Una di loro è particolarmente insistente: indossa il velo ed è accompagnata dalla madre che invece veste un burqa di colore blu. La bambina mi dice qualcosa, in lingua dari. 
“Ti sta supplicando se la puoi portare all’estero con te”, dice il mio collaboratore afgano, traducendone le parole. La piccola ha uno sguardo disperato e profondamente triste e la stessa richiesta viene ripetuta più volte. 
La fila avanza e passiamo i controlli, fino a entrare nell’aeroporto. Il volo è in partenza e il mio collaboratore scuote la testa, sconsolato. “Sai cos’ha aggiunto la madre?”. Rispondo di no. “Ha insistito che portassi via sua figlia. Meglio consegnarla a uno sconosciuto che condannarla a una terribile vita qui, a Kabul”.  

 

Un gruppo di bambini dà fuoco a della plastica per riscaldarsi. Periferia di Kabul Giammarco Sicuro

Un gruppo di bambini dà fuoco a della plastica per riscaldarsi. Periferia di Kabul

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