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Ultimo aggiornamento 31 Maggio, 2018, 09:06:14 di Maurizio Barra

Lazzaro felice, una favola della santità
Pastiche di generi nel film di Alice Rohrwacher, in sala con 01

CANNES31 maggio 201809:47

Con ‘Lazzaro Felice’ di Alice Rohrwacher la regista alza il tiro e in un pastiche di generi e riferimenti autoriali – si va dai Taviani al Bertolucci di Novecento fino ad Olmi – mette in campo una favola della santità che alla fine tutto salva. Insomma non è facile districarsi in questa storia che mescola l’inganno dei giusti, la crudeltà dei cattivi, il mondo dei poveri e dei ricchi e tutto questo con improbabili, quanto voluti, salti temporali.
Il fatto è che Alice Rohrwacher in ‘Lazzaro Felice’, premiato per la sceneggiatura al Festival di Cannes e in sala con 01 dal 31 maggio, vuole parlare appunto di lazzari felici, di uomini buoni da lei incontrati, e questo al di là di loro, di una credibile storia, del tempo stesso, perchè alla fine per lei al centro di tutto c’e’ solo la figura di Lazzaro (Adriano Tordiolo), contadino così buono da non sembrare neppure stupido.
La storia è difficile da raccontare. Parte in un’azienda agricola durante gli anni Novanta, ma che sembra viva nel Medioevo dove la ‘marchesa-padrona’, Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), tratta i suoi contadini come veri e propri schiavi. Qui ci sono anche una giovanissima contadina, Antonia (Agnese Graziani), e il viziatissimo rampollo di famiglia Tancredi Luca Chikovani, pieno di ricco cinismo, ma che scopre l’amicizia grazie all’angelico Lazzaro.
A un certo punto un fatto di cronaca porta la polizia nella tenuta ed arriva lo scandalo, ovvero l’improbabile ‘inganno’ della famiglia dei marchesi, re del tabacco, che sono riusciti a tenere nascosto ai propri contadini che negli anni Novanta hanno diritti e vanno pagati.
Da qui un salto temporale di venti anni e si arriva al medioevo di oggi. Ora i contadini sono piu’ vecchi, ma sempre poveri e i marchesi invece caduti in disgrazia.
In questo ritrovato futuro ricompare Lazzaro, giovane come anni prima. Lui e’ ancora buono, uno che ha le virtu’ di San Francesco che neppure i lupi osano attaccare (“loro sanno sentire l’odore dell’uomo buono”). Per i contadini, specie per Antonia (Alba Roarwacher) e’ miracolo, ma la sorpresa dura poco (siamo pur dentro a una favola).
Lazzaro andra’ a cercare cosi’ il suo vecchio amico Tancredi (Tommaso Ragno) ormai in rovina e a cercare di fare l’ultimo miracolo per i suoi vecchi padroni sfruttatori.
Mammina un ca**o, genitori in SOSUmorismo, sarcasmo e tenerezza nel ‘manuale’ di Katie Kirby

ROMA31 maggio 201810:10

– ROMA, 31 MAG – KATIE KIRBY, MAMMINA UN CA**O.
MANUALE SCORRETTO PER GENITORI IMPERFETTI (Mondadori, pp. 358, 18,90 Euro). Che sia irriverente e senza peli sulla lingua lo si capisce già dal titolo: del resto Mammina un ca**o (Mondadori) di Katie Kirby non è certo un libro di consigli per crescere nel modo più equilibrato i figli, quanto piuttosto una vera e propria valvola di sfogo per genitori ormai privi di pazienza perché esasperati da bimbi birichini. Con un linguaggio diretto e brillante, condito da un’abbondante dose di sarcasmo, l’autrice racconta la formazione della sua famiglia (un marito e due figli), caotica, imperfetta ma felice. L’avventura della maternità dà inizio a un racconto che è tutto da condividere: la gravidanza, con le nausee terribili, il corpo che si appesantisce, il parto tra dolori devastanti. Poi la nascita e la vita che cambia per sempre, per lei e per suo marito. Un cambiamento che continua anche con il secondo figlio, quando ormai però nessuno ti guarda più con occhi adoranti ed è disposto ad aiutarti in tutto solo perché diventi mamma. Nel libro, corredato da divertenti disegni (realizzati sempre da Kirby), vengono affrontati i problemi quotidiani della famiglia, anche e soprattutto quelli più banali. Il disordine, le notti insonni, la sveglia all’alba per il latte, la difficoltà a conciliare famiglia e lavoro, e il tempo che non basta mai. La stanchezza che logora e che viene ripagata da ogni piccolo traguardo raggiunto; i capricci e le liti tra fratelli; la pipì addosso, le parolacce, i cereali sparsi ovunque e quel “mamma ti voglio bene” che è la più bella dichiarazione d’amore. E poi le risate incontenibili, quelle che solo i bambini fanno fare. Leggendo il libro ci si diverte, soprattutto se si è genitori: perché qualunque mamma o papà che non abbia paura della sincerità dovrà ammettere di aver desiderato almeno una volta di poter tornare indietro nel tempo, quando ancora i figli non occupavano ogni istante della giornata e ci si poteva impegnare completamente nel lavoro, uscire con gli amici la sera, rilassarsi sul divano leggendo e bevendo una tazza di tè, godersi l’intimità con il partner. Eppure, accanto all’umorismo, Kirby regala ai suoi lettori tanta tenerezza, al punto che a volte è quasi impossibile non commuoversi. “Vorrei avere conservato sotto vetro quella sensazione straordinaria, euforica, spaventosa e surreale al tempo stesso”, scrive raccontando la nascita del primo figlio. Un’ondata di emozione che l’ha travolta anche con il secondo bambino, con la bella sorpresa di scoprire che tutti i timori “di non poter amare un’altra creaturina quanto la prima erano svaniti”. C’è spazio anche per il dolore, ricordando la primissima gravidanza non andata a buon fine, con quel figlio perso e mai nato. “Ho avuto la famiglia che avevo sempre sognato, e da fuori potrebbe sembrare che abbiamo tutto”, scrive. “Eppure nelle nostre vite ci sarà sempre una stellina mancante (che nessun altro può vedere). L’abbiamo chiamata Evie, e vorremmo che oggi fosse qui con noi”.

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