Ultimo aggiornamento 22 Ottobre, 2018, 00:59:49 di Maurizio Barra
AGGIORNAMENTO
DALLE 12:39 DI DOMENICA 21 OTTOBRE 2018
ALLE 00:59 DI LUNEDì 22 OTTOBRE 2018
SOMMARIO
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
TORINO
– C’è teatro, cinema, moda, commedia e musica nello show che Ghali ha messo in scena al PalaAlpitour di Torino, prima tappa del tour ‘Dai palazzi ai palazzetti’. La traiettoria dell’artista, dall’emarginazione alla fama, scorre sotto traccia nel racconto fantastico enunciato in parole e immagini di fronte ai presenti, 8mila secondo gli organizzatori.
“Non mi scordo gli insulti perché non siamo italiani – recita Jimmy, prima di ‘Freestyle Salvini’ – La nostra musica ha cambiato la nostra vita e ora il mondo lo cambiamo insieme. Qui dentro siamo tutti uguali, fuori da qui si alzano i muri e si cacciano i deboli”. Dopo la nascita e il conflitto, il terzo atto è tripudio pop. Il finale in crescendo esalta i presenti: prima grazie alla comparsata di Capo Plaza su ‘Ne è valsa la pena’, quindi con Charlie Charles su ‘Peace and Love’. Dopo le animazioni danzanti di ‘Zingarello’ e ‘Habibi’, un Ghali in pieno controllo del pubblico si congeda con ‘Ninna nanna’ e ‘Cara Italia’, al termine di poco meno di due ore.
– VERONA
-Lo scrittore milanese Giovanni Pacchiano, con “Gli anni facili” (Bompiani), vince il Premio “Scrivere per Amore”, promosso dal Club di Giulietta. “Il romanzo – recita le motivazioni della Giuria -rievoca, con uno sguardo affettuoso ma non inquinato dalla nostalgia, la Milano ingenuamente ottimista di mezzo secolo fa, teatro della crescita di un giovane che, attraverso tentativi e false partenze, avanza faticosamente nella conoscenza di se stesso. In questa vicenda, che proprio come la vita tarda a decidere il proprio percorso e ha svolte inaspettate, l’amore sembra a lungo una chimera lontana. Ma nel tempo, sapientemente preparata, la chimera prende sostanza, e – sempre come accade nella vita – nel modo più inatteso. Da quel momento nulla è più com’era prima …” Con Pacchiano, alla finale del Premio, l’autrice tedesca Sylvie Schenk per “Veloce la vita” (Keller) e la scrittrice olandese Connie Palmen con “Tu l’hai detto” (Iperborea).
A 30 anni da ‘Gente di mare’, che li portò sul palco dell’Eurovision Song Contest nel 1987, Raf e Umberto Tozzi si ritrovano a unire le forze per un nuovo singolo, una raccolta a due e un tour in tandem in 13 palazzetti. “È un racconto onirico che nasce dall’esigenza di avere una speranza per il futuro”, dice Raf a proposito del duetto, in uscita domani, parlando oggi a Milano con il collega prima di partecipare alla puntata di ‘Che Tempo Che Fa’. Costruita in crescendo, dall’inizio piano e voce al ritornello elettronico, e arricchita da uno special rappato da Raf che sa di altri tempi, la canzone comunica un messaggio di umanità condiviso dalle rispettive discografie. “Un brano come ‘Gli altri siamo noi’ credo sia ancora attuale”, commenta Tozzi. “L’umanità sta rivivendo un periodo di scontri, rabbia, odio, scarsa voglia di capire i problemi degli altri – aggiunge Raf – Quando ero ragazzino si viveva con poco e tutti erano felici senza smartphone o vacanze. Ora siamo più esigenti, e viviamo in questa epoca dove sono aumentate le differenze. Se si continua a non capire che bisogna amare se stessi e quelli simili a noi, e trovare lì la soluzione, passeremo attraverso altre bufere e altri fuochi”. La comunione di messaggio è del resto testimoniata dai diversi incontri dei due artisti, come la vincitrice di Sanremo ‘Si può dare di più’, ‘Se non avessi te’ e ‘China Town’, scritte da Raf con Tozzi. Molte le intersezioni di un’amicizia partita 35 anni fa, con qualche anno passato anche come vicini di casa a Formello, rivelano i due. Il percorso si è riunito poi in occasione del concerto all’Arena di Verona con cui Tozzi celebrava i suoi 40 anni di carriera. “Ritrovarsi lì è stato un momento molto emozionante – ricorda Tozzi – È venuto naturale subito dopo parlare di una collaborazione: Raffaele aveva questo brano ancora senza liriche, ma che mi sembrava già perfetto. Prima o poi sentivamo che sarebbe dovuto accadere, e ora ne faremo un grande successo: la nostra musica ha la fortuna di avere un grandissimo repertorio”. Il meglio di quel repertorio sarà suonato dal vivo in un tour nei palazzetti che partirà il 30 aprile da Rimini e si chiuderà il 25 maggio a Torino, passando da Reggio Calabria, Acireale, Bari, Eboli, Ancona, Milano, Firenze, Roma, Bologna, Treviso e Brescia. Lo show è ancora in via di ideazione, ma alcune idee sono già chiare: “Condivideremo i nostri repertori il più possibile – dice Raf – Mi piace cantare e suonare le sue canzoni”. Le due discografie, peraltro, si intrecciano e si alternano anche nella raccolta ‘Raf Tozzi’ in uscita il 30 novembre, un doppio album con trenta successi rimasterizzati dei due, ma senza quest’ultimo inedito ‘Come una danza’. In compenso, oltre all’originale rimasterizzata, i due artisti hanno incluso una rilettura di ‘Gente di mare’, con un arrangiamento dai suoni più contemporanei ma fedeli al pop soul dell’originale.
‘Se la strada potesse parlare’ di Barry Jenkins, regista fresco di premio Oscar con Moonlight, racconta, allo stesso tempo, una grande storia d’amore, una grande famiglia nera e quel razzismo verso gli uomini di colore mai davvero sepolto negli States. Il film, passato oggi in concorso alla Festa di Roma e in sala con Lucky Red, non è altro che l’adattamento del romanzo omonimo (pubblicato in Italia da Rizzoli) di James Baldwin, scrittore afroamericano da sempre punto di riferimento dei movimenti per i diritti dei neri. Siamo negli anni Settanta nel quartiere di Harlem, Manhattan. Di scena la storia di Tish (una straordinaria KiKi Layne) ragazza di Harlem che scopre di essere incinta del fidanzato Fonny (Stephan James), proprio quando questi finisce in prigione per un crimine (una violenza sessuale) che non ha commesso. Ma la ragazza, dolce e forte allo stesso tempo, ha dalla sua una famiglia che non la lascerà sola in questa tragedia e potrà così contare su ognuno dei suoi membri, sorelle e padre, e soprattutto sulla una combattiva ed empatica madre Sharon (Regina King). Con l’aiuto della sua famiglia, Tish cercherà di dimostrare l’innocenza di Fonny anche se, come si dice nel film: “in America per quanto riguarda la giustizia ai neri le carte sono truccate”. Tra le belle sequenze del film, già presentato in prima mondiale al Toronto Film Festival, davvero stupenda e piena di poesia la ‘prima volta’ di Tish e Fonny. “Sì è vero, anche nel libro di Baldwin c’è l’idea che l’amore ti può salvare – dice oggi a Roma Jenkins -. Il fatto è che i neri hanno vissuto da secoli esperienze e vite terribili, ma hanno, per fortuna, ancora dentro di loro la gioia e la bellezza che ti dà la forza di sopravvivere. E poi va detto – aggiunge – che nei suoi romanzi Baldwin cavalca due vie: “una molto romantica e sensuale e un’altra molto critica sul rapporto tra bianchi e neri”. E ancora sull’amore e la solidarietà della famiglia di Tish che accetta con autentica gioia il fatto che lei sia incinta di un uomo in prigione:”L’amore e l’accoglienza verso questo bambino che deve nascere, dipende anche dal fatto che in quanto nero sarà in pericolo, dovrà combattere, c’è insomma anche un istinto protettivo verso di lui da parte di tutta la famiglia. Una cosa tipica nelle famiglie dei neri d’America”. Sul nascente neo-razzismo mondiale dice infine il regista: “Anche da voi in Europa i tanti confini stanno diventando molto più duri. Da noi essere neri o latini non é certo facile con il presidente che abbiamo”.
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“Famiglia, ingiustizia, uomo contro la burocrazia, indignazione verso la politica, amore, rabbia, perdita, nonché morte”. Sono i temi presenti nella tragedia del sottomarino russo che nel 2000, a causa dell’esplosione di un siluro durante un’esercitazione nel mare di Barents, si inabissò causando la morte delle 118 persone a bordo (23 non morirono subito ma non si riuscì a salvarle), che hanno spinto Thomas Vinterberg a ripercorrere la vicenda in ‘Kursk’. Il film, nella selezione ufficiale Alla Festa del Cinema di Roma sarà in sala in Italia nel 2019 con Videa. Nel cast Matthias Schoenaerts, che ha proposto al cineasta danese il progetto, Léa Seydoux e Colin Firth nei panni del commodoro David Russell (uno dei consulenti del film), che all’epoca dei fatti guidò i soccorsi britannici al sottomarino. Si mette in scena tanto il dramma umano quanto l’indecisione delle autorità russe nell’accettare subito l’aiuto internazionale, e la rabbia dei parenti verso i responsabili della Marina. Non appare Putin che invece ebbe un drammatico incontro proprio con le famiglie: “Non c’è stata nessuna forma di intimidazione da parte dei russi alla base della decisione di non includerlo – sottolinea il regista-. Non c’è perché volevo fare un film sulla dimensione umana della tragedia, e non contro specifiche persone. Poi non volevo vedere il solito attore che tenta di imitare un presidente”. Vinterberg ha sentito “la più grande responsabilità nel trattare con rispetto e rendere onore alle vittime e alle loro famiglie, ma non abbiamo portato sulla scena le loro vite, per questo abbiamo cambiato i nomi e creato anche personaggi di finzione”. E’ il motivo anche alla base della decisione di non avere contatti con le famiglie dei marinai, ne’ durante la produzione del film ne’ ora che è in uscita: “Kursk è stato acquistato per la distribuzione anche in Russia, e sono molto curioso di vedere quale sarà la reazione là”. Il film è basato sul libro ‘A Time to Die’ di Robert Moore, adattato per il grande schermo dallo sceneggiatore di Salvate il soldato Ryan, Robert Rodat. “Abbiamo fatto una mediazione fra finzione e realtà storica – spiega il cineasta -. Molta verità rimane su fondo dei mari. Non sappiamo esattamente cosa sia successo, ma attraverso l’attentissima ricerca fatta negli anni alcuni elementi li conosciamo”. Tra i fatti reali, c’è la lettera scritta alla famiglia da uno dei marinai, il tenente di vascello Dmitry Kolesnikov, “che però non aveva figli. Noi volevamo simboleggiare anche tutte le famiglie delle vittime, quindi al comandante del Compartimento 7 Mikhail Averin (Schoenaerts), nel mondo della finzione, abbiamo dato una moglie (Seydoux), un figlio e un altro in arrivo”. Poi c’erano altri problemi come quello della lingua, “visto che il film è girato in inglese e non in russo. L’ho presa come sfida per rendere la situazione più veritiera”. Con Kursk, Vinterberg non vuole “dare lezioni, ne’ risposte – dice -. Anche il comportamento delle autorità russe legato alla ragion di Stato, credo gli sia costato molto. Ma sono brutalità che avvengono ovunque”. Il film è stata inoltre l’occasione per il regista di lavorare per la prima volta con Colin Firth: “Cercavamo da anni il progetto giusto. E’ un attore meraviglioso stupendo, una miscela fantastica, di umiltà, talento, fama, onestà. Ha tutto quello che puoi desiderare in un artista, è stato un sogno lavorare con lui. Lo sceglierei sempre, anche per una protagonista donna” conclude sorridendo.
Dalla Famiglia Belier a Famiglia all’improvviso, passando per Belle e Sebastien, i family movie francesi, oltre a riempire le sale d’oltralpe, diventano spesso campioni d’incasso anche negli altri Paesi, Italia compresa. Alla Festa del Cinema di Roma, ne debuttano nella stessa giornata due che puntano a primeggiare al botteghino anche da noi. In anteprima mondiale c’è Mia e il leone bianco di Gilles De Maistre con Melanie Laurent (in Italia dal 17 gennaio con Eagle Pictures), straordinaria storia dell’amicizia in Sudafrica tra una bambina (daniah de Villiers) e Charlie, un cucciolo di leone, che la protagonista è decisa a salvare, dal finire ‘preda’ delle battute di caccia dei turisti. Alice nella città propone invece Remi di Antoine Blossier (in sala dal 20 dicembre con 01) adattamento live action del classico Senza famiglia di Hector Malot, già base, fra gli altri, di un anime cult. Nel cast l’esordiente Maleaume Paquin nel ruolo del bimbo abbandonato in cerca delle sue origini, e Daniel Auteuil, nella parte di Vitali, l’artista di strada con un passato drammatico, che lo protegge e accompagna verso una nuova vita. ‘Mia e il leone bianco’ è un evento, anche per il modo in cui è stato realizzato, grazie anche alla collaborazione dello zoologo, l’esperto di leoni Kevin Richardson. “Ci ha seguito e aiutato passo passo – dice De Maistre in conferenza stampa – Kevin mi ha detto che sarebbe stato possibile rappresentare l’amicizia tra una bambina e un leone in modo credibile, senza che la bambina corresse rischi, creando un legame tra loro quando il leone era ancora in tenera età. E così abbiamo fatto. Le riprese, in varie sessioni, sono durate tre anni”. La storia è di finzione, “ma il rapporto tra Daniah e il leone è reale”. La cosa paradossale “è che loro sul set erano gli unici liberi, tutto il resto della troupe era protetto dalle gabbie”. Il messaggio della storia è “di difesa del nostro pianeta e della natura, dell’importanza, che ci deve essere, del rispetto reciproco. Volevamo portare a un grande pubblico l’idea che ognuno di noi può diventare parte attiva per cambiare il mondo. Con mia moglie (Prune de Maistre, sceneggiatrice) volevamo uscire dai documentari scientifici, per creare qualcosa che emozionasse soprattutto bambini e genitori”. C’è stato grande rispetto anche nel trattamento dei sei leoni sul set, fra i quali Thor che interpreta Charlie: “non è stato addestrato, l’abbiamo considerato come un attore. Se un giorno non voleva recitare ci fermavamo”. Dopo il film i sei leoni sono rimasti insieme e vivono oggi nella riserva di Richardson, grazie a un fondo creato dalla produzione. Remi invece nasce dalla volontà di Antoine Blossier di girare una storia che parlasse di bambini: “Mia moglie mi ha proposto di adattare ‘Senza famiglia’. Io avevo solo visto l’anime. Lei mi ha consigliato di leggere il libro e poi di pensare al film come se dovesse farlo Steven Spielberg – spiega ai giornalisti – con protagonista un bambino in un mondo ostile, dove attraversa dure prove ma non perde mai la speranza”. Una storia “con temi universali che sentivo anche attuali, in questo periodo di grande crisi, anche se non volevo fare un pamphlet”. Vitali aiuta Remi anche a sviluppare il suo talento per il canto, “e l’arte diventa parte della sua identità, gli permette di affrontare meglio le difficoltà della vita”. Il piccolo protagonista Maleaume Paquin, che non aveva mai letto il libro ne’ visto il cartone animato è rimasto subito conquistato da Remi “leggendo la sceneggiatura. E’ un ruolo bellissimo. Attraversa esperienze diverse e riesce sempre a reagire con coraggio e bontà”.
– Ottimo esordio al box office Usa per Halloween, sequel del cult di John Carpenter del 1978 e undicesimo episodio della serie. Il film, diretto da David Gordon Green, ha incassato 77,5 milioni di dollari in 3.928 sale. Sugli altri gradini del podio continua la marcia di A star is born, che si piazza al secondo posto con altri 19,3 milioni per un totale di oltre 126 milioni di dollari, e di Venom, terzo, che con altri 18 milioni raggiunge quota 171 milioni in tre settimane. [print-me title=”STAMPA”]
