Ultimo aggiornamento 20 Ottobre, 2022, 23:27:00 di Maurizio Barra
Andò a teatro con 'Ferito a morte' di La Capria
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Una sfida riuscita, uno spettacolo di gran fascino e qualità questo ‘Ferito a morte’ che Emanuele Trevi ha adattato con lavoro creativo e di ottimo cesello dall’omonimo romanzo di Raffaele La Capria, scomparso pochi mesi fa, alla vigilia dei 100 anni, cui quindi è anche un omaggio questo lavoro con la regia di Roberto Andò, elegante e di grande effetto, grazie anche a scene e luci di Gianni Carluccio e video che rendono sempre presente il mare di Luca Scarzella, più un gruppo di bravissimi attori, davvero ottimamente guidati. Il romanzo, che vinse il Premio Strega per un solo voto nel 1961 facendo discutere per la novità del suo impianto, è difficile da raccontare e, come dice anche Andò, si può solo riferire che è l’ultima giornata a Napoli di Massimo De Luca nel 1954 (ma nello spettacolo le date non hanno importanza, volendo rendere una situazione esemplare di un certo sud che è valida anche oggi) in cui tornano, ma non con un ordine cronologico, i ricordi di una vita dal tempo della guerra e dei bombardamenti sino al grande pranzo domenicale in casa De Luca, che diventa un po’ il momento centrale e emblematico del racconto. C’è la mamma di Massimo (un perfetta Gea Martire), sempre nevrotica e che cerca di placare gli animi per far finta di nulla; la nonna (imperdibile Aurora Quattrocchi) che rievoca i fasti e amori del ricco passato; il fratello Ninì (un misurato Giovanni Ladeno), nullafacente e dedito al gioco in uno dei due grandi e esclusivi Circoli di Napoli; lo zio Umberto (Marcello Romolo); il professor Gaetano (Paolo Cresta) che parla del suo voler andare a Milano un po’ come fosse l”A Mosca!’ cechoviano; il padrone di casa (Giancarlo Cosentino), oltre alla cameriera Assuntina (brava Clio Cipolletta). E’ tutto un generale chiacchiericcio tra passato e presente, tra illusioni e indolenza, tra rinfacci e pretesti, e più volte i vari commensali si scambiano i posti ai tavoli, come per un cambiare di punti di vista, senza però che nulla cambi davvero. Tutto il romanzo è un prendere vita dei sogni, desideri, ricordi del protagonista e questi si materializzano, sono come fantasmi concreti, sempre presenti che passano sullo sfondo, sul terrazzo del secondo piano della scenografia che rievoca il noto palazzo napoletano di Donn’Anna che è costruito sull’acqua, sul mare come la prua di una nave, in cui svolge la vicenda. Massimo adulto è sul suo letto in proscenio, mentre il suo alter ego giovane è con un letto e un comodino identico in scena dove prende vita il teatro del passato. Del resto il romanzo, di cui qui c’è gran rispetto, è fatto di personaggi monologanti, ognuno come chiuso nel proprio vuoto, dondolando come trascinato dalle onde dalla risacca del mare che è sempre presente, visibile sul fondo “Napoli è una città che ti ferisce a morte o t’addormenta”, il mondo in cui si è in eterna attesa “di un fatto straordinario” che risolva e salvi la vita di ognuno, è “una foresta vergine” che come ci si distrae si riprende e invade ogni spazio, in cui, come dice Massimo, legato a quel periodo felice della sua giovinezza col suo amore per Carla , è “meglio la guerra di queste giornate”. E tutto questo ha nelle parole di La Capria e di Massimo un qualcosa di struggente nel suo disfarsi, un disfarsi anche della scrittura che ha un suo ritmo, una sua grande musicalità che Andrea Renzi intenso e vero (Massimo adulto) rende con estrema abilità e naturalezza. Lo spettacolo, pur con qualche lungaggine e nel suo essere davvero spettacolare con gran movimenti scenici, ha un fascino e una leggerezza che rendono il tempo sospeso in cui le cose accadono e che è poi più che un ieri o un oggi, un sempre, con quel disagio di chi è come portato giù in un gorgo, quello del cerchio che compie impazzito un motoscafo prima di inabissarsi nel finale, trascinando con sé alcuni amici, vittime della “grande occasione mancata”, come la spigola sfuggita all’arpione per indolenza di Massimo e che gli passa vicina, lenta, quasi a portata di mano, sogno, ricordo, metafora che apre il romanzo e questo lavoro, applauditissimo la sera della prima al Mercadante, dove resta sino al 30 ottobre. Sarà poi a novembre, nell’ordine, a Modena, Torino e Perugia, a gennaio a Roma e Milano e Cesena, a febbraio a Genova. Al Mercadante, dal 24 ottobre al 3 aprile ci saranno otto incontri ‘La foresta vergine – Pensare a Napoli’ per ricordare La Capria e il suo lavoro con interventi da Erri de Luca a Valeria Parrella, da Maurizio De Giovanni a Ruggero Cappuccio, da Silvio Perrella a Goffredo Fofi, solo per citarne alcuni. A Roma invece il 25 ottobre, a cura e alla Biblioteca Centrale Nazionale con l’Università l’Orientale di Napoli, si terrà una giornata di studi sempre su La Capria in occasione del centenario con Giulio Ferroni, Emanuele Trevi, Edoardo Albinati, Elisabetta Rasy e altri.
