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Attentato in Sinagoga, una ferita da 40 anni

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Ultimo aggiornamento 21 Ottobre, 2022, 00:41:56 di Maurizio Barra

La strage è nota come pure la vittima, il piccolo Stefano Gaj Taché, due anni. Il luogo è altamente simbolico: il Tempio maggiore di Roma, le responsabilità materiali in parte sono state scoperte, in parte restano ancora sepolte nei faldoni polverosi dei segreti di stato o delle relazioni internazionali. Le responsabilità morali ed il contesto in cui il crimine è maturato meritano intanto un supplemento di indagine. Di questa esigenza si sono presi carico Massimiliano Boni e Roberto Coen scrivendo UNA FERITA ITALIANA? 9 OTTOBRE 1982: ATTENTATO ALLA SINAGOGA DI ROMA (Salomone Belforte editore 326 pagine).
    Il testo, con una puntuale prefazione dello storico piemontese Alberto Cavaglion ed una postfazione dello storico dell’ebraismo italiano ed europeo Riccardo Calimani, ripercorre con continui flash back e rimandi all’attualità l’attentato, con interviste e contributi dei protagonisti, dalle vittime ferite nell’attacco terroristico (40 persone) ai rappresentanti delle istituzioni della comunità. “Di quella stagione che concludeva gli anni del terrorismo – è scritto già nelle prime pagine – l’attentato rappresenta un punto di svolta, che è anche un punto di arresto. Negli anni successivi qualcosa comincia a cambiare”.
    Ma in quel momento, ricordano gli autori, “la rabbia e l’esasperazione erano ai massimi livelli” tanto che il movimento culturale degli studenti ebrei scrive di getto e provocatoriamente in un volantino di ringraziare “la stampa: La Repubblica, L’unità, Paese Sera, Il Messaggero, Il Corriere della Sera, l’Avanti, Il Manifesto, Panorama e L’Espresso” per il clima di demonizzazione di Israele e di totale schieramento a favore del mondo arabo-palestinese.
    La protesta cita e ringrazia ironicamente anche i politici, dal Presidente della Repubblica ai vari ministri, in primis quello degli Interni per una sottovalutazione del rischio dopo gli attentati ad altri luoghi di culto degli ebrei in Europa e pochi giorni prima a Milano. L’accoglienza riservata ad Arafat poco prima ha portato la tensione tra la comunità ed il resto della cittadinanza alle stelle. Un evento esterno all’Italia, la guerra in Libano, ha contribuito ad esacerbare gli animi e a riportare a galla sentimenti di antisemitismo e di opposizione alla politica di Israele che dopo il dopoguerra sembravano definitivamente superati. Si apre quindi una ferita ancora prima del sangue versato nel piazzale davanti al Tempio, simbolo della riconquistata emancipazione nel bimillenario rapporto di Roma con la presenza ebraica.
    Una presenza continua che non ha eguali e di cui il libro ripercorre brevemente gli sviluppi principali, incontrando come punto di snodo negli anni Settanta il ruolo assunto dall’Olp di Arafat e la posizione in politica estera nei confronti dei paesi arabi che gli autori e gli storici in genere riconducono al cosiddetto ‘lodo Moro’, lo statista ucciso dalla Brigate Rosse nel 1978 che nel suo ruolo di presidente del Consiglio nel 1967, parlando alle Nazioni Unite, inserisce “la questione palestinese nell’agenda della politica estera italiana in maniera permanente”.
    Una riconciliazione necessaria con la città di Roma diventa quindi necessaria e viene raggiunta nel 2007, quando l’allora sindaco Walter Veltroni inaugura la nuova intestazione alla piccola vittima dell’attentato della piazza prospiciente la Sinagoga. Un ulteriore passaggio di questa suturazione si deve alla presidenza della Repubblica, sottolinea Boni, nelle persone di Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Quest’ultimo, nel discorso di insediamento del primo mandato, afferma infatti che “il nostro paese ha pagato più volte in un passato non troppo lontano il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Gaj Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano”. (ANSA).
   

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