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Brasile, Bolsonaro non riconosce la vittoria di Lula ma autorizza la transizione

Tempo di lettura: 4 minuti

Ultimo aggiornamento 4 Novembre, 2022, 10:38:32 di Maurizio Barra

Con il passare delle ore, aumenta la concentrazione di manifestanti pro-Bolsonaro davanti alle caserme in vari capoluoghi, tra cui la megalopoli di San Paolo.
Nella capitale, Brasilia, crescono le proteste – segnala la versione online del quotidiano Correio Braziliense – con clacson, fuochi d’artificio e trombette.

Da ieri i dimostranti si sono accampati presso il Quartier generale dell’esercito, nel Settore militare Urbano (Smu) di Brasilia. ‘La nostra bandiera non sarà mai rossa’ è uno degli slogan gridati dalla folla. Motociclisti e camionisti si sono intanto uniti alla manifestazione, causando traffico nei dintorni della città.

Il presidente uscente di destra, Jair Bolsonaro, rompe il silenzio in cui si è chiuso dalla sconfitta elettorale ma non concede la vittoria al suo avversario, l’ex sindacalista Luiz Inacio Lula da Silva, consacrato dal voto di domenica al terzo mandato alla testa del Brasile. “Continuerò a seguire la Costituzione”, ha solo detto Bolsonaro. “Il nostro sogno continua, più vivo che mai”, ha aggiunto, parlando per la prima volta del risultato elettorale quasi 48 ore dopo la chiusura delle urne che hanno dato la vittoria a Luiz Inacio Lula da Silva.

“Siamo per l’ordine e il progresso. Sono stato sempre etichettato come antidemocratico pur muovendomi dentro la Costituzione”, ha aggiunto il leader di destra, sottolineando che “continuerà ad obbedire alla Costituzione” ma senza precisare se riconosce la sconfitta e senza rendere note le sue prossime mosse.

Il governo brasiliano ha accettato di iniziare la transizione con il presidente eletto Luiz Inacio Lula da Silva.

Il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, dopo aver parlato dal palazzo dell’Alvorada è andato al Tribunale supremo federale (Stf). Lo rende noto Cnn Brasil.

Cresce il caos in Brasile, dopo l’elezione a presidente di Luiz Inacio Lula da Silva: oltre ai blocchi stradali in corso in almeno 20 Stati, i ‘bolsonaristi’ si stanno organizzando per sit-in davanti alle caserme per chiedere l'”intervento federale”. La convocazione, fatta attraverso gruppi WhatsApp, mirerebbe a dare tempo al presidente uscente, Jair Bolsonaro, di pronunciarsi ufficialmente sul risultato elettorale. L’obiettivo finale dei dimostranti – secondo alcuni opinionisti – sarebbe quello di far invocare l’articolo 142 della Costituzione, che prevede l’intervento delle Forze armate per “ristabilire l’ordine tra i poteri”.

Brasile, lacrime e preghiere dopo la sconfitta di Bolsonaro

Jair Bolsonaro rompe il silenzio ma non riconosce esplicitamente la vittoria di Luiz Inacio Lula da Silva e giustifica anzi le manifestazioni di protesta se “pacifiche” e purché non ricalchino “gli schemi di sinistra”. Teso ma con piglio sicuro, l’ex capitano dell’esercito ha pronunciato in serata un discorso secco e asciutto, denso di ambiguità.

Il presidente uscente non ha citato mai il suo avversario ma ha affermato che “continuerà ad obbedire alla Costituzione”, autorizzando poi il capo del suo staff, Ciro Nogueras, ad avviare la transizione con il governo che si insedierà dal primo gennaio. Ma le discussioni prenderanno il via solo da giovedì, quando Lula formalizzerà il nome del suo vicepresidente, Geraldo Alckmin. Questo lascia a Bolsonaro altre 24 ore di tempo, ancora tutto mercoledì, giorno festivo di Finados, in cui sono attese una serie di manifestazioni bolsonariste davanti alle caserme, per coinvolgere i militari. Proteste che Bolsonaro ha motivato come dettate da “indignazione e sentimento di ingiustizia per come si è svolto il processo elettorale”. Si arriverà così esattamente a 72 ore dalle elezioni che hanno consacrato la vittoria del suo avversario. “Resistete, resistete almeno 72 ore”, aveva esortato rivolgendosi ai manifestanti un agente del Coordinamento del traffico di Itajaí, sulla costa di Santa Catarina, nella notte tra lunedì e martedì, tra i fuochi improvvisati e le bandiere verde-oro.
“Ragazzi, siamo tutti sulla stessa barca. Continuate a protestare per dare tempo” al presidente Bolsonaro di decidere. E “resistere” è stata la parola d’ordine dei gruppi sovranisti su Telegram e Whatsapp nelle ultime 48 ore, mentre le manifestazioni a sostegno di Bolsonaro si sono allargate a macchia d’olio fino al numero record di 421 blocchi stradali, spalmati su 23 dei 27 Stati brasiliani. I bolsonaristi guidati dai camionisti hanno portato in strada tutta la loro rabbia contro il risultato elettorale, restando in attesa di un segnale da Jair Messiah. In una sorta di realtà parallela, i seguaci di Bolsonaro hanno celebrato fake news su una presunta conferma di brogli elettorali (che ovviamente non c’è mai stata), evocando un’imminente colpo di stato militare e l’arresto degli oppositori di sinistra.
La “situazione girerà” a favore di Bolsonaro quando le Forze armate presenteranno il loro rapporto sulle urne elettroniche, hanno insistito in una narrazione complottista stralunata negli audio circolati sui social. Idee alimentate dal prolungato silenzio del presidente e dalle sue precedenti critiche contro il Tribunale superiore elettorale e la sua guida, il giudice Alexandre de Moraes, con l’obiettivo di mettere in dubbio la trasparenza e la legittimità dell’organismo democratico. Frustrazioni poi sfociate nelle proteste stradali che in giornata hanno paralizzato le strade, impedendo anche l’accesso all’aeroporto Guarhulos di San Paolo, il principale hub internazionale del Paese, e ritardato il transito delle attrezzature della scuderia Ferrari per il Gran premio di Formula 1. Uno schema – quello dei blocchi stradali – che in passato ha già segnato alcune delle pagine più drammatiche dell’America del Sud, con due colpi di stato. In Cile negli anni Settanta, col rovesciamento del governo di sinistra di Salvador Allende e l’arrivo del dittatore Augusto Pinochet.
E più di recente in Bolivia (2019), con Evo Morales (sinistra) indotto a fare un passo indietro a pochi giorni dal risultato delle urne che lo consacravano al quarto mandato presidenziale. Ma le insidie non finiscono qui, ha spiegato all’ANSA la politologa della Mackenzie Presbyterian University, Carolina Botelho, perché Bolsonaro resterà in carica fino al 31 dicembre e quindi “avrà ancora capacità e leadership per condurre” azioni antidemocratiche. Nel periodo di transizione potrebbe varare misure provvisorie ad effetto immediato (con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale), allentando ad esempio la liberalizzazione della vendita delle armi e accrescendo così il rischio di violenza politica.
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