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Valerio Aprea: "Mattia Torre lascia un lavoro imprescindibile"

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 8 Novembre, 2022, 21:38:59 di Maurizio Barra

“Nel fare i due monologhi e lo spettacolo a due con Paolo Calabresi ho provato la più grande emozione della mia vita, professionale e umana – dice anche Valerio Aprea. – Questo è davvero il coronamento del lavoro di Mattia, nato quasi 20 anni fa ormai, quasi in sordina, in teatri come il Cometa Off a Testaccio, dove per riempire 100 posti chiamavamo gli spettatori a casa, col fisso. Son sicuro che impazzirebbe nel vedere l’impianto cinematografico messo su da Sorrentino e so che sta godendo come un matto.

“QUI E ORA” Con Valerio Aprea e Paolo Calabresi

Un incidente frontale tra due scooter in una strada sperduta della periferia di Roma; è il due giugno festa nazionale, i soccorsi tardano ad arrivare. I due uomini che giacciono a terra sono due opposti, antropologicamente inconciliabili, destinati a odiarsi: Aurelio è un cuoco famoso, che cucina alla radio intrattenendo massaie e non solo, il suo pensiero è sempre positivo, si sente sicuro, si dice fumantino; Claudio è disoccupato, mammone, impacciato, svogliato, sempre sul punto di soccombere ma, per miracolo, ancora vivo.

“IN MEZZO AL MARE” Con Valerio Aprea

Aurelia. Tre e mezzo del mattino. Un viaggio di ritorno da un matrimonio. Un uomo assiste a un incidente stradale e ora, a distanza di mesi, è chiamato a “spiegarsi” di fronte a un giudice. Ma testimoniare presuppone una conoscenza abbastanza precisa almeno del fatto in questione, e la cosa gli riesce alquanto difficile. Perché ha realizzato di non capire niente, né di sé né del mondo che lo circonda. Perché in un’epoca in cui tutto deve essere chiaro, lui è in balia delle onde. È una mania di quest’epoca sapersi descrivere alla perfezione?

“GOLA” Con Valerio Aprea

Un ritratto dell’Italia visto attraverso il rapporto morboso con il cibo, simbolo di sovrabbondanza, di falso benessere ma anche di voragini psichiche, di vuoti incolmabili: si mangia eccessivamente per dimenticare, per non pensare, per non essere curiosi, per non essere sé stessi, per sostituire qualcuno che non c’ è oppure ciò che non si ha. Tra rabbia e ironia, il testo stigmatizza l’indifferenza di cui l’Italia è capace e che a tavola, davanti a sontuose portate, trova la sua massima espressione, il suo luogo ideale.

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