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Migrante addetto a sicurezza muore allo stadio dopo Argentina-Olanda. I dubbi dei familiari

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Ultimo aggiornamento 14 Dicembre, 2022, 20:07:50 di Maurizio Barra

Mondiali Qatar 2022, il presidente della Fifa, Gianni Infantino, faccia chiarezza sulla morte di un addetto alla sicurezza del Kenya di 24 anni che ha perso la vita dopo essere precipitato dall’ottavo piano dello stadio di Lusail durante Argentina-Olanda. È l’appello della famiglia del lavoratore, la cui sorella ha rilasciato un’intervista al quotidiano The Standard di Nairobi. 
“Vogliamo risposte sulle circostanze della sua scomparsa – ha reclamato la donna -. Ci hanno detto che sarebbe rimasto intossicato, ma noi siamo venuti a sapere che avrebbe lavorato per un gran numero di ore. La verità sul modo in cui è caduto non starebbe venendo fuori. Non sappiamo da dove incominciare. È molto doloroso, ci dovrebbero aiutare”.
Secondo i dati ufficiali, il 24enne keniota sarebbe il secondo lavoratore a morire dall’inizio dei Mondiali in Qatar.
Ma durante la realizzazione delle infrastrutture prima dell’inizio della competizione i numeri sono molto più elevati.
Stando alle cifre del Business and Human Rights Resource Centre negli ultimi anni ci sarebbero state 140 violazioni documentate dei diritti dei lavoratori, molte delle quali riguarderebbero proprio la sicurezza.
Le associazioni per i diritti umani hanno parlato di migliaia di morti di lavoratori stranieri nell’anno di preparazione ai Mondiali rimaste senza spiegazione.
La BBC ha potuto analizzare più di dodici certificati di morte di operai provenienti dalla sola Asia Meridionale, deceduti nei sei mesi precedenti ai Mondiali. Il sito web della tv britannica ha documentato in particolare la storia di un 32enne nepalese morto in Qatar, dopo che la famiglia di una remota area agricola aveva pagato l’equivalente di 1.400 euro a un agente in cambio della promessa di un brillante lavoro all’estero.
Un fatto comune non soltanto in Nepal, ma anche nelle aree povere di Bangladesh e India, dove gli agenti promettono posti di lavoro ben remunerati in cambio di grosse somme di denaro per assicurare il visto. 
Spesso i resti degli operai morti in Qatar sono rispediti su aerei cargo, senza che le famiglie sappiano nulla sulle circostanze o sulle dinamiche del decesso. I datori di lavoro non solo non pagano alcun risarcimento ai parenti, ma non si degnano neanche di chiamarli per informarli. 
Anche perché una volta arrivati in Qatar i lavoratori stranieri spesso sono trasferiti da un appalto all’altro e le loro famiglie non sono in grado di sapere né dove stanno lavorando né per chi.
Per i parenti degli operai caduti sul lavoro la loro scomparsa non si accompagna solo al lutto e ai debiti, ma anche a un’incertezza dolorosa e profonda sul modo in cui sono scomparsi e su che cosa spetterebbe loro come risarcimento.
Come spiegato dalle associazioni per i diritti umani, manca qualsiasi strumento per investigare su molte di queste morti, tanto che spesso i certificati ufficiali parlano di decessi provocati da cause naturali, liberando così le autorità giudiziarie del Qatar dal compito di condurre qualsiasi tipo di indagine.

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