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Messi non è Maradona: un leader di popolo che non avrebbe accettato la tunica dell'emiro

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 19 Dicembre, 2022, 11:17:59 di Maurizio Barra

Messi è come Maradona? Lionel come Diego? No. Dopo ieri sera possiamo dirlo con certezza.

El Pibe de oro è stato un fuoriclasse assoluto in campo. Ma soprattutto è stato un leader. Un trascinatore.
Delle squadre ma anche del popolo. Del Napoli e dell’Argentina. Dei napoletani e degli argentini. E lo ha fatto interpretando lo spirito di rivincita, di riscatto di chi parte dalla povertà di Villa Fiorito – o di un basso napoletano poco cambia – e conquista il tetto del mondo. Ma lo conquista senza mai diventare parte di quel potere. Anzi restandone un contestatore.

Vince la Coppa del Mondo contestando sempre i vertici della Fifa, João Havelange e Sepp Blatter. Porta il Napoli ai vertici del calcio italiano, corteggiato dalla Juventus e dalla famiglia Agnelli, rifiutando però sempre qualunque offerta di cambio maglia: “Non potrei mai fare questo affronto ai napoletani”. Trascina la sua squadra in un campo fangoso di Acerra per una amichevole di beneficenza nonostante i “no” delle assicurazioni: “Che si fottano i Lloyds di Londra. Questa partita si deve giocare per quel bambino” che non ha i soldi per una operazione.

Lionel Messi invece è sempre stato nelle retrovie. È non ha mai vestito i panni dell’interprete “anti-sistema”.
E forse c’è tutto questo nell’immagine di ieri sera quando al momento della premiazione accetta di farsi mettere sulle spalle una tunica tradizionale del Qatar dall’emiro, Tamim bin Hamad Al Thani. Che poi è anche il proprietario di fatto anche del Paris Saint-Germain dove gioca ora il calciatore argentino. Accetta di alzare la Coppa del Mondo con la “camiseta” coperta dall’abito del potere qatarino. Sotto lo sguardo compiaciuto del Presidente della Fifa, Gianni Infantino.

Ovvero i protagonisti delle controversie internazionali su un mondiale che definitivamente ha decretato la supremazia dei conti economici su ogni altra cosa nello sport, anche sul rispetto dei diritti umani. Del resto, nella conferenza stampa finale Infantino ha definito Qatar 2022 “il mondiale più bello di sempre”, snocciolando i numeri di un affare economico che ha portato nelle casse della Fifa più di quanto previsto. Ma è stato in silenzio sul “Qatargate” e ha minimizzato i numeri dei morti tra i lavoratori nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture per il mondiale.

Quel gesto del monarca assoluto che in mondovisione poggia sul neo campione del mondo la tunica del potere ha il sapore del gesto “proprietario”, che suggella la vittoria della geopolitica e degli affari sui diritti e sul calcio come gioco, come passione.

Nessuno avrà mai la risposta. Perché con i “se” non si costruisce la storia. Ma Diego sulle spalle si è messo due popoli – quello argentino e quello napoletano -, mai avrebbe accettato di farsi mettere sulle spalle il simbolo di un potere che invece gli “ultimi” li sfrutta, che discrimina e che viola i diritti umani.

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