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Usa. All’elezione dello speaker della Camera, McCarthy fallisce i primi tre voti

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Ultimo aggiornamento 4 Gennaio, 2023, 06:04:58 di Maurizio Barra

Il repubblicano Kevin McCarthy non è riuscito a farsi eleggere speaker della Camera al primo, al secondo e nemmeno al terzo voto. La Camera si è quindi aggiornata per una nuova seduta a mercoledì.

E’ la prima volta che accade negli ultimi cento anni negli Stati Uniti. 

Il deputato californiano, osteggiato dall’ala trumpiana del partito, alla prima votazione ha ottenuto solo 203 voti, facendosi superare dal candidato democratico Hakim Jeffries che ne ha avuti 212. Si tratta di un umiliante risultato per McCarthy dato che il suo partito ha la maggioranza alla Camera.

McCarthy aveva bisogno di almeno 218 voti, che avrebbe potuto ottenere se il partito lo avesse sostenuto in modo compatto.

Invece 10 voti sono andati al deputato repubblicano Andy Biggs, scelto dal ribelle dell’ala di estrema destra del partito Paul Gosar, mentre nove deputati hanno disperso il voto su altri candidati.

Nella seconda votazione per succedere a Nancy Pelosi come speaker della Camera. I 212 dem hanno votato compatti il loro leader Hakim Jeffries, mentre McCarthy si è fermato ancora a 203 voti perdendone sempre 19 tra i repubblicani, tributati questa volta tutti al ‘falco’ Jim Jordan, anche lui un alleato di Donald Trump.

Kevin McCarthy ha perso anche nella terza votazione per la carica di speaker della Camera. I numeri sono sempre gli stessi: compatti i 212 dem su Hakim Jeffries, mentre McCarthy ha perso un ulteriore voto fermandosi a quota 202, con 20 preferenze al ‘falco’ Jim Jordan (che però lo appoggia). Crescono intanto le quotazioni, come candidato alternativo, del deputato italo-americano Steve Scalise. 

L’elezione dello speaker avviene oggi con l’insediamento del nuovo Congresso, dopo le elezioni di midterm a novembre. I repubblicani hanno ottenuto una maggioranza di 222 seggi, contro i 212 dei democratici. E’ finita così l’era della speaker democratica Nancy Pelosi.

Malgrado il partito repubblicano abbia ottenuto la maggioranza, il successo è stato inferiore alle previsioni con molti candidati sostenuti dall’ex presidente Donald Trump che sono stati bocciati.

L’umiliazione di McCarthy sottolinea ora lo scontro in atto fra l’ala trumpiana e quella più moderata del partito.

Al Senato, dove i democratici hanno mantenuto la maggioranza, i repubblicani hanno riconfermato come leader di minoranza Mitch McConnell. Il senatore del Kentucky è così diventato il leader di partito con più anzianità di servizio della storia del Senato.

Nel 1923 ci vollero nove votazioni, nell’arco di due giorni, per eleggere lo speaker della camera. Lo ricorda il Washington post.
Anche allora il candidato era un repubblicano, Frederick Gillett, che veniva però contestato dall’ala progressista del partito (adesso è l’estrema destra). Dopo quattro votazioni senza risultato, si scelse di aggiornare la seduta al giorno successivo. Gillett prevalse infine al nono tentativo, ma ottenne solo 215 voti favorevoli, il risultato più basso della storia.
Lo stallo più lungo risale al 1855, quando ci vollero 133 votazioni per eleggere Nathaniel Banks come speaker.
 

 

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