Ultimo aggiornamento 17 Febbraio, 2023, 18:15:59 di Maurizio Barra
Per spiegare chi è il ‘mito’ del basket, che oggi, 17 febbraio, compie 60 anni, basterebbe ricordare che, lo scorso settembre, una maglia del numero 23 dei Chicago Bulls, indossata da Michael Jordan in occasione dell’ultimo titolo NBA vinto nel 1998, è stata battuta all’asta da Sotheby’s per 10,1 milioni di dollari.
Ma a questo bisogna aggiungere che, nella sua carriera, Jordan ha conquistato sei campionati NBA e segnato più di 30 mila punti. Per 10 volte ha vinto il titolo di miglior realizzatore. Cinque volte è stato insignito del premio di “miglior giocatore della stagione” (MVP), un premio che dal 2022 porta il suo nome.
Moltissimi i messaggi di auguri indirizzati al campione, postati dai fan di tutto il mondo via social.
“Prima dei contratti milionari, delle dirette televisive e del valzer degli sponsor, pochi fuori dagli Stati Uniti seguivano sui media le partite dell’NBA. Poi arrivò lui”, ha scritto il premio Pulitzer David Halberstam, biografo del campione nato a Brooklyn. E tutto cambiò.
Nonostante si fosse ritirato dall’attività per un paio d’anni (1993-1995). Numeri e risultati spiegano perchè MJ è stato uno spartiacque della pallacanestro. A Chicago gli hanno dedicato una statua che è una delle attrazioni più visitate. Anche tra gli aborigeni o negli angoli più sperduti dell’Africa è possibile imbattersi in qualcuno con la canottiera n.23 dei Bulls.
Le origini e gli inizi
‘His Airness’ (un altro dei suoi soprannomi) è nato figlio di James Jordan, un operaio della General Eletric che l’avrebbe voluto una stella del baseball. Fu ucciso nel 1993 con un colpo di pistola calibro 38 al petto, nelle campagne della Carolina del sud. Forse una rapina finita male, oppure un tentativo di rapimento per chiedere un riscatto al già ricchissimo figlio.
MJ comunque amava il canestro e la voglia gli rimase anche dopo l’esclusione dalla squadra in seconda liceo. Per un anno si allenò da solo e a 19 era già considerato un ‘mostro’ trascinando North Carolina al titolo universitario con un tiro decisivo a pochi secondi dal termine della finale. A 21 anni conquistò il suo primo oro olimpico, a Los Angeles, mentre due anni dopo, al termine di una partita dei playoff al Boston Garden vinta da Chicago grazie ai 63 punti della sua ‘stella’, fece dire a un grande come Larry Bird (ex cestista e allenatore): “Quello non era Jordan, ma Dio travestito da Jordan”.
È stato la personificazione del concetto di Dream Team. Se non fossero esistiti Muhammad Ali e il suo immenso carisma, alla fine del 2000 Jordan sarebbe stato quasi sicuramente insignito del titolo di ‘Atleta del secolo’.
Da giocatore, è stato capace di ‘galleggiare’ in aria prima di scoccare un tiro in sospensione, battere la forza di gravità per fare una schiacciata spettacolare, perfino più di quelle del suo idolo dell’adolescenza, ‘Doctor J’ Erving.
‘Air’ è diventato un brand da 10 miliardi, e nel 2002 ha pagato 168 milioni di dollari il divorzio dalla moglie Juanita Vanoy. E’ stato una moda che ha affascinato milioni di ragazzi: “Be like Mike” non era solo un fortunato slogan pubblicitario. Quando tornò al basket, 17 mesi dopo il suo primo ritiro, fu un delirio. È il 14 giugno del 1998, l’ultimo atto di Jordan con i Bulls.
In quell’anno, infatti, arriva il secondo ritiro. Resta fuori dai campi per tre anni in cui diventa dirigente e co-proprietario dei Washington Wizards. Il 25 settembre del 2001 riallaccia le scarpe, marchio Jordan, e riprende a divertirsi e a divertire con i “maghi” della Capitale. Gioca il suo ultimo match, a 40 anni, il 16 aprile del 2003. Ultimo, stavolta, per davvero.
Essere Jordan
Ma Jordan non è stato solo uno degli atleti più incredibili della storia dello sport. Senza social o altri strumenti digitali, è diventato una “macchina da soldi” legando il suo nome a quello della Nike prima e, dal 1997, dando vita alla sua azienda. Nel primo anno di contratto con “il baffo” ha sfiorato i 130 milioni di dollari di prodotti venduti. Un ragazzino dalle uova d’oro. Tutti indossavano le sue scarpe, le sue canotte, i suoi cappellini. Persino i polsini, griffati Jordan, erano usati nelle palestre di tutto il mondo. Ogni ragazzino mostrava la lingua dopo aver segnato un canestro, sognando di diventare come lui.
E poi c’è la carriera da attore. Space Jam, uscito nel 1996, è una pietra miliare dell’animazione hollywoodiana. L’incasso supera i 90 milioni di dollari. Canzoni come “I believe I can fly” di R Kelly, uscito quello stesso anno, diventa iconica legandosi alle aspirazioni dell’adolescente Jordan, palla in mano, davanti a un canestro di periferia, sotto lo sguardo benevolo del padre.
Contrasto Michael Jeffrey Jordan, Madison Square Garden 2003
Nella vita di Jordan c’è spazio anche per le delusioni e i fallimenti. “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.
In occasione di questo suo importante compleanno, ha deciso di fare un regalo agli altri donando 10 milioni di dollari a “Make a Wish”, una delle organizzazioni più note negli Stati Uniti con cui collabora da più di trent’anni. Un altro canestro, ben fatto, per festeggiare, al meglio, i primi 60 anni di basket e vita.
Ansa Michael Jeffrey Jordan, New York Knicks at Madison Square Garden in New York
