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"Abbiamo chiesto aiuto e nessuno ci ha risposto" denunciano i Caschi Bianchi

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Ultimo aggiornamento 18 Febbraio, 2023, 06:20:58 di Maurizio Barra

Le aree colpite dal terremoto sono abitate da circa quattro milioni di persone, sfollate qui da altre parti del paese, che vivono spesso in insediamenti improvvisati, o in campi attrezzati per i rifugiati, privi di ogni tipo di assistenza sanitaria. È il caso di decine di cittadine e paesini della valle dell’Oronte e quelli attorno a Idlib, capoluogo controllato dalla coalizione jihadista, cooptata di fatto da Ankara. Ha tremato anche Afrin, dove nel 2018 si era abbattuta la pulizia etnica turca a danno delle comunità curde.

“In tutta la Siria i bisogni sono sempre più alti dopo quasi 12 anni di crisi, mentre i finanziamenti umanitari continuano a diminuire”, avverte Adelheid Marschang, Senior Emergency Officer dell’Oms. Fino a qualche giorno fa era aperto solo il valico di Bab al Hawa che collega la provincia turca di Iskenderun con quella siriana di Idlib, controllata dai ribelli islamisti.

“Abbiamo chiesto aiuto e nessuno o quasi ci ha risposto, tutti gli aiuti fluiscono in Turchia e nulla arriva nella Siria devastata dal sisma” dice ai nostri microfoni il responsabile dei caschi bianchi siriani Ismail Alabdullah.

Nei giorni scorsi il presidente siriano Bashar al Assad ha consentito di aprire per un periodo di tre mesi i due valichi di Bab al Salam e Al Raee, che collegano il nord-ovest della Siria con la Turchia. I valichi sono attualmente controllati dalle forze turcomanne sostenute dalla Turchia e collegano la provincia settentrionale di Aleppo con quella turca di Kilis, tra le più colpite dal sisma il cui epicentro si trova a soli 60 chilometri dal confine siro-turco.

 

 

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