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Nascere sotto le bombe: la speranza tra le macerie del conflitto

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Ultimo aggiornamento 5 Marzo, 2023, 06:58:07 di Maurizio Barra

La città liberata di Kherson, prima della guerra, contava circa trecentomila abitanti, oggi sono rimasti poco più di cinquantamila. Una fuga di massa, dovuta alle deportazioni russe durante la lunga occupazione e poi, dopo la controffensiva ucraina, ai pesanti bombardamenti che ogni giorno la colpiscono. Uno dei luoghi più simbolici, in questo senso, è l’aeroporto cittadino: uno scalo moderno dal quale, sempre prima della guerra, decollavano voli turistici verso Egitto e Turchia e che adesso è totalmente distrutto.

Un cimitero di velivoli sulla pista ormai inservibile e gli hangar e i terminal ridotti in macerie dai colpi di artiglieria di una delle battaglie più cruente. 

Chi resta, quindi, lo fa per attaccamento alla propria città e per dovere, come il personale medico del reparto maternità che visitiamo. 

La primaria ci mostra la struttura già colpita, nel mese scorso, da due razzi e ci mostra i sacchi di sabbia alle finestre che proteggono la sala parto. 

Mentre la intervistiamo, fuori infuriano i bombardamenti. Forti rumori che però non svegliano la piccola Elizaveta, nata quattordici ore prima. 

La neonata riposa in braccio alla madre, che racconta di non voler lasciare la città, che gli ucraini vinceranno e che le dottoresse e le infermiere di questo ospedale sono le sue eroine.

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