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Teatro: oltre il Bardo è Cechov l'autore generazionale

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Ultimo aggiornamento 7 Marzo, 2023, 19:05:22 di Maurizio Barra

Una volta, ogni generazione di attori, e ovviamente di pubblico, aveva il suo Amleto, personaggio esemplare con cui misurarsi. Ormai da molto tempo questo non accade più e a diventare generazionale, questa volta su iniziativa dei registi, è stato Cechov, con Zio Vanja in particolare, ma con tutti i suoi testi, compreso Il gabbiano di cui Leonardo Lidi offre quest’anno un nuovo allestimento particolare, prima parte di una trilogia, cui seguiranno le prossime stagioni un Giardino dei ciliegi e uno Zio Vanja. Il lavoro, produzione dello Stabile dell’Umbria con quello di Torino e l’Ert Emilia e Romagna, è in replica a Roma al Teatro Vascello, e poi in tournée in Umbria (tappe principali a Terni 7/9 marzo, Todi il 17 e Gubbio il 19), quindi Cremona il 22, Pordenone il 24 e 25, infine Reggio Emilia dal 31 marzo al 2 aprile e il Piccolo di Milano dall’11 al 16 aprile. Per i giovani è più facile oggi riconoscersi in Cechov, nel suo raccontare il bisogno di illudersi sul futuro, con progetti e speranze che vengono poi sempre disilluse, più che nella difficile crescita, le trame, i dubbi del principe danese di Shakespeare, di cui pure in Cechov c’è l’ombra. Per capirlo bastano le prime battute del Gabbiano, con Mascia vestita di nero che spiega: ”Porto il lutto per la mia vita, sono infelice”. Subito dopo, nel palco-teatro costruito in giardino davanti al lago su cui si affaccia, ci sarà la recita del testo di Kostja che ha l’illusione di diventare un artista, con Nina che recita un’estrema solitudine, declamando ”Freddo! Vuoto! Paura!” in un mondo che le appare deserto. Tutto questo con la gelosia verso chi ha successo, dallo scrittore Trigorin a quella famosa attrice che è la madre di Kostja con cui il rapporto affettivo è complicato, provocatorio, e attorno un intreccio di una serie di amori sbagliati, vissuti più in una loro idealizzazione, in una loro dimensione senza tempo, che nella realtà, che quando arriva spazza ogni illusione. Come quello di Nina, sedotta dal fascino di intellettuale di Trigorin, che lo segue maledetta dalla famiglia, per essere poi abbandonata e ritrovarsi senza soldi e sola col fallimento della sua ambizione di fare l’attrice. Lidi scrive che, pensando ”a Anton Čechov mi torna in mente questo passaggio di John Lennon nella canzone Beautiful Boy: La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”. Secondo questa visione, si potrebbe andare avanti citando tante situazioni relative ai tre giovani protagonisti, appunto Kostja, Nina e Mascia, e battute esemplari, ma qui è interessante anche il ritmo, veloce, i pochi tagli, e la nudità della messinscena di Lidi, che ha fatto inoltre una scelta particolare di attori (”Volevo attori differenti, reduci da più scuole e della mia generazione”, ovvero trentenni e tanto da scegliere un’interprete femminile per Piotr Sorin). In palcoscenico nulla a distrarre, niente arredi e fondali veristici, solo delle sedie dietro, come a intendere la villa in fondo al parco, dove gli attori via via siedono, sempre presenti in scena, e avanti una panchina vicino o sulla quale si recano quando tocca a loro, ai loro personaggi agire. Tutto quindi diventa naturalmente più netto, assoluto, ma anche meno mimetico, quasi un effetto straniante, come si trattasse di una prova e non di una recita, e ciò che dicono acquista una verità letteraria, e allora esemplare. Il gruppo particolare di attori, che sarebbero tutti da citare per impegno e qualità, in questo contesto, riesce con apparente naturalezza a rendere anche un aspetto quasi parodistico dei drammi personali dei personaggi, riuscendo a far ridere la platea, rendendo viva l’intenzione di Cechov di scrivere testi dal sapore di vaudeville (e ci sono anche due momenti di danze e canzoni), in cui tragico e comico finissero per fondersi e dare un senso di vanità esistenziale.

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