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Le “Anziane per il clima” portano per la prima volta la crisi climatica davanti alla CEDU

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 4 Aprile, 2023, 00:10:21 di Maurizio Barra

Il 29 marzo davanti alla Grande Camera della Corte Europea dei Diritti Umani si è tenuta un’udienza che potrebbe diventare storica.

Si tratta del primo caso in assoluto in tema di rapporto tra politiche di contenimento dei cambiamenti climatici e diritti umani fondamentali davanti alla Corte di Strasburgo riunita nella sua composizione più autorevole.

L’associazione “Anziane per il clima”, fondata nell’agosto 2016 da un gruppo di donne in età pensionabile e che ora conta oltre duemila persone con un’età media di circa 73 anni, ha presentato ricorso contro la Svizzera accusata di un’azione “tristemente inadeguata” contro il riscaldamento globale. 

Secondo il gruppo di attiviste, sostenuto da Greenpeace che le assiste nell’azione legale, le misure del governo elvetico mettono a rischio la loro vita e violano diritti umani fondamentali.

Bruna Molinari, che ha 81 anni e soffre di asma, spera che il risultato possa almeno giovare alle generazioni a venire: “Come nonna e madre, penso che abbiano il diritto di avere un clima migliore di quello che abbiamo noi”, ha detto a Reuters.

L’udienza presso il massimo organo giurisdizionale, la ‘Grande Chambre’, costituisce un importante precedente. 

Il ricorso alla CEDU è arrivato al termine di una battaglia iniziata nel 2016 con una serie di istanze che chiedevano alle autorità della confederazione di fare di più in materia di protezione del clima lamentando un danno diretto alla sfera personale dei diritti. Ignorate queste richieste è iniziata l’azione legale, prima davanti al Tribunale amministrativo federale (TAF) di San Gallo e poi davanti al Tribunale federale.

Infine, è arrivato il ricorso alla CEDU cui le “Anziane per il clima” chiedono una sentenza ambiziosa che potrebbe costringere Berna a ridurre le emissioni di anidride carbonica molto più velocemente del previsto.

La Svizzera, che fa parte del Consiglio d’Europa dal 1963 e ha firmato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel 1974, ha ratificato l’Accordo della COP26 di Parigi del 2015 presentando i propri impegni per la riduzione delle emissioni di CO2, cioè il proprio contributo nazionale al contenimento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi” rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo, con l’obiettivo auspicato di non superare 1,5 gradi.

Se tutti agissero come sta agendo oggi la Svizzera invece, sostengono le “Anziane per il clima”, entro il 2100 si andrebbe incontro a un aumento delle temperature fino a tre gradi.

Per Stefanie Brander il governo ha sottovalutato la forza del gruppo fino ad ora: “Siamo state prese per donne anziane che non avevano un’idea chiara dei problemi e credo che questo potrebbe ora ritorcersi contro di loro” ha dichiarato a Reuters fuori dall’aula del tribunale.

La politica climatica svizzera, sostiene l’associazione, è carente anche alla luce di quella di Stati paragonabili: in particolare, l’obiettivo svizzero di ridurre le emissioni nazionali del 34% rispetto al livello delle emissioni del 1990 entro il 2030 è nettamente inferiore rispetto all’obiettivo dell’UE (55%), per non parlare di quello di altri Paesi come la Danimarca (70%), della Finlandia (60%) e la Germania (65%).

Secondo i dati dell’Ufficio federale di climatologia e meteorologia La Svizzera si sta riscaldando più del doppio del tasso globale con una temperatura di +2,5 °C negli ultimi dieci anni rispetto alla media del periodo preindustriale e, come è noto, i suoi ghiacciai si stanno sciogliendo rapidamente. Nel 2021 Berna ha delineato un piano per ridurre maggiormente le emissioni, ma gli elettori lo hanno respinto ritenendolo troppo oneroso.

Berna, che in questi sei anni ha vinto per due volte nei tribunali nazionali, sostiene che il caso è irricevibile perché mette in discussione la separazione dei poteri: la decisione della CEDU rappresenterebbe un’ingerenza del potere giudiziario europeo su quello legislativo nazionale. L’avvocato Alain Chablais, che difende il governo svizzero, ha dichiarato che qualsiasi misura prescrittiva emessa dalla Corte rappresenterebbe un eccesso, conferendole un ruolo “quasi legislativo”.

Altri otto governi hanno affiancato la Svizzera nella causa. L’Irlanda, intervenendo in udienza attraverso il proprio legale ha dichiarato che ci sono “difficoltà insuperabili” poste dal caso delle ricorrenti: si sta chiedendo, in sostanza, alla Corte di aggirare il processo democratico.

Il caso delle donne contro la Svizzera è il primo all’ordine del giorno ma non è l’unico. Davanti alla CEDU sono in discussione altre due cause di possibile violazione di diritti umani legati alla crisi climatica: il ricorso presentato dall’ex sindaco di Grande-Synthe, in Francia e quello di Duarte Agostinho e altri contro il Portogallo e altri 32 Stati.

Il verdetto è previsto per la fine dell’anno.

La notizia arriva in contemporanea a un’altra storica decisione in tema di giustizia climatica con la risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite che chiede alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) un parere consultivo che potrebbe, anche in questo caso, sfociare in obblighi più stringenti per i Paesi in materia di politiche di contenimento del riscaldamento globale.

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