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Dal sisma del 2009 all’Aquila si insegna nei container: la ricostruzione delle scuole è in ritardo

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 7 Aprile, 2023, 06:53:38 di Maurizio Barra

Il 6 aprile 2009 per L’Aquila è la data che segnò la fine della vita cittadina così come vissuta fino a quel momento. Case, uffici, negozi, scuole furono distrutti e poi trasferiti in costruzioni provvisorie. La comunità cittadina fu repentinamente disgregata e la promessa delle istituzioni fu di ripartire subito per tornare il prima possibile alla normalità.

A distanza di 14 anni dal sisma che spense la vita di 309 persone, però, il ritorno alla normalità, sotto molti aspetti, è ancora lontano. La ricostruzione va avanti a rilento e molte delle soluzioni temporanee messe in atto nell’emergenza sembrano diventate permanenti.

Il ritardo nella ricostruzione delle scuole

A fare le spese di questa mancata ripartenza sono soprattutto le scuole, la base per guardare con fiducia al futuro. Dopo 14 anni di promesse e di impegni, sia le primarie che le secondarie, non sono state ricostruite. Alunni e insegnanti dal 2009 svolgono la didattica nei Musp, i Moduli a Uso Scolatico Provvisorio, realizzati dopo il sisma in sostituzione degli edifici inagibili.

“Li chiamano Musp, ma fondamentalmente sono container di latta freddissimi di inverno e caldissimi d’ estate. Sono stati costruiti per durare 5 anni, le lascio immaginare tutti gli effetti negativi di questo prolungarsi”.

A parlare è Silvia Frezza, insegnante elementare presso la scuola primaria di Sassa, parte dell’Istituto comprensivo Gianni Rodari e referente del comitato “Oltre il Musp”, nata all’indomani del terremoto del 2009 per promuovere la partecipazione dei cittadini alla ricostruzione delle scuole al fianco delle istituzioni politiche.

Musp 1 Silvia Frezza

Musp 1

“Possiamo dire che oggi la P della parola Musp più che il significato di Provvisori ha piuttosto acquisito il senso di Permanenti. Intere generazioni di ragazzi hanno fatto il percorso scolastico tra 4 pareti di latta”, racconta con delusione.

Come ci spiega: “I bambini se entrano a scuola e trovano un ambiente costruito da insegnanti in modo curato hanno fiducia nella persona adulta e vivono comunque serenamente, ma nei Musp mancano comunque gli spazi: mancano i refettori, i laboratori, le palestre, le pareti sono grigie e senza insonorizzazione. Si sente tutto quello che avviene nelle altre stanze.  Ci hanno chiesto di adeguare la nostra didattica a quello che avevamo. L’abbiamo adeguata alla tendopoli, ai Musp alla Dad a cos’altro dobbiamo adeguarci”?

Musp 3 Silvia Frezza

Musp 3

La scuola dopo il terremoto, una comunità disgregata

“All’indomani del terremoto le scuole non c’erano più, c’era una comunità disgregata, una diaspora – racconta ancora Silvia Frezza -. Molte famiglie hanno lasciato la città per trasferirsi nelle case di vacanza, presso parenti o nei punti di riferimento forniti dalla Protezione Civile. La fase dell’emergenza è stata gestita in modo appropriato ma oggi, 14 anni dopo, ancora gestiamo l’emergenza”, prosegue.

“Da persona che lavora in ambito scolastico da molti anni, mi chiedo perché  le scuole che dovevano essere il primo pensiero dell’amministrazione, sono state messe in coda? Le istituzioni dove stanno? A ogni elezione si pone una prima pietra, ma le seconde e terze pietre dove sono”?

Con il comitato “Oltre il Musp”, Silvia ha studiato tutti i decreti per la ricostruzione delle scuole all’Aquila e assicura che dall’Unione Europea e dal Ministero i soldi sono arrivati, anche molti. Il Comune dell’Aquila ha fatto un concorso per assumere personale che realizzasse un progetto per la ricostruzione delle scuole, ma ad oggi ancora nulla.

“Su 36 Musp presenti nella città sono state ricostruite solo due scuole – continua l’insegnante -. Nel 2019 Mattarella e l’allora ministro per l’Istruzione rimasero basiti che non fossimo stati in grado di assicurare questa ricostruzione”. 

“Eppure – assicura Silvia Frezza con entusiasmo – le insegnanti hanno fatto rete ancora più di prima, aumentando le relazioni con le realtà territoriali, sfruttando tutte le possibilità per sopravvivere, anche la fondamentale collaborazione con le famiglie. Il territorio ha risposto benissimo, ma quando hanno visto che le scuole non ripartivano le famiglie hanno iniziato ad andarsene dal territorio, si sono sentite tradite nella fiducia”. 

Perché – come ci spiega questa insegnante che non si arrende – la scuola crea un indotto importantissimo per la città, la scuola “è la vita che va avanti. Il mio desiderio è quello di avere scuole che rispettino il percorso scolastico dei ragazzi, che possano compensarli di tutto quello che hanno passato e possano illuminare il loro futuro. Solo così si potrà superare il dolore”.

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