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Terremoto in Siria, tra ritardi ed aiuti

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 25 Aprile, 2023, 06:31:10 di Maurizio Barra

La Siria è il paese con il maggior numero di sfollati interni: 6.8 milioni di persone, e molti altri milioni che sono fuggiti dal paese a partire dall’inizio della guerra civile nel 2011. I paesi che ne accolti di più sono Egitto, Libano, Iraq e Turchia. Tra di loro 2,6 milioni di bambini.

Le Nazioni Unite hanno definito la Siria tra i 10 paesi più insicuri dal punto di vista alimentare al mondo: 12 milioni di persone non sanno da dove e come arriverà il loro prossimo pasto.

A questo si aggiunge il cambiamento climatico che rende il Paese un paese ancora più instabile. La siccità, le inondazioni, gli inverni rigidissimi hanno dato origine a letali epidemie di colera. Molte le famiglie di sfollati che vivono, da anni, nelle tende nei campi del Nord Ovest.

Il terremoto ha reso ancora più grave la situazione.

A Jindires, città della provincia di Aleppo e una delle aree più colpite dal sisma, il 60% degli edifici è stato distrutto e il 90% degli edifici è stato danneggiato. Jindires, che prima della guerra aveva non più di 12mila abitanti dopo la caduta di Aleppo è arrivata a 80mila residenti.

Gli aiuti arrivati nel Nord Ovest della Siria, in ritardo di almeno 10 giorni dalla tragedia, non sono sufficienti. E’ necessario, secondo tutte le ONG attive in Siria, un aumento del volume delle forniture per far fronte all’entità della crisi umanitaria. Nei giorni successivi al terremoto, il numero di camion che hanno attraversato il confine con la Siria nord-occidentale è stato inferiore alla media del 2022. 

Medici Senza Frontiere, una delle organizzazioni presenti, ha 38 gli ospedali, soprattutto a Idlib, Azaz, Afrin, Mare’, Bab El Hawa. Nel governatorato di Idlib, sono presenti con 4 cliniche mobili nei centri per sfollati che offrono visite mediche e supporto psicologico alle persone colpite dal terremoto. A Jindires, nel governatorato di Aleppo, è attiva un’altra clinica mobile. Ma tutto questo non è sufficiente. La situazione è aggravata, d’altra parte, anche dal fatto di non poter entrare, liberamente, dalla Turchia nelle aree del Nord Ovest della Siria colpite dal sisma.

In questa situazione opera, da un decennio, una delle organizzazioni più impegnate sul territorio: i Caschi Bianchi (White Helmets), fondata nel 2013 dell’ex militare britannico James Le Mesurier, fondatore della ONG Mayday Rescue. I suoi volontari si addestrano in Turchia grazie alla collaborazione con la ONG turca Akut. Sono pronti a cercare tra le macerie, a estrarre i superstiti e al primo soccorso.

Quando iniziano sono solo una ventina, oggi contano oltre 3000 unità, il 10% sono donne. I Caschi Bianchi aggregano insegnanti, fornai, ingegneri, studenti, parrucchieri, lavoratori e commercianti. L’organizzazione è presente principalmente nelle zone controllate dai ribelli e, nonostante lo abbiano più volte richiesto, il regime siriano si rifiuta di lasciare entrare i caschi bianchi nelle zone controllate dal suo esercito. 

I caschi bianchi non portano armi e si sono sempre dichiarati neutrali nel conflitto, ma questo non li ha tenuti lontani dalle accuse lanciate dalla Russia, quando è entrata in guerra a fianco di Assad, di far parte della rivolta armata e sono stati obiettivo di attacchi aerei degli alleati del regime; come quando nel 2016, ad Aleppo, tre dei loro quattro centri sono stati bombardati dalle forze lealiste o russe. Il tutto coincide con l’assedio di Aleppo, quando le forze governative e i russi prendono di mira gli ospedali, potenziale crimine di guerra, di cui i Caschi Bianchi sono stati testimoni e di cui erano ormai in grado di fornire prove video.

Il cofondatore Le Mesurier viene accusato, dalla stessa portavoce del Ministro del Esteri russo, Maria Zakharova, di essere una spia e membro dell’MI6 britannico. Secondo il New York Times, sia Le Mesurier che i Caschi Bianchi sono stati “oggetto di un’intensa campagna di propaganda, per anni, da parte di attivisti pro-Assad e diplomatici russi”.

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