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Matteo Messina Denaro: "Ero un agricoltore, il Comune mi ha cancellato e ora sono un apolide"

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 9 Maggio, 2023, 23:59:46 di Maurizio Barra

 “Non ho più niente, mi avete già portato via tutto”. Queste le parole rivolte ai giudici da Matteo Messina Denaro  durante l’interrogatorio di garanzia che si è tenuto il 16 febbraio in videoconferenza dal carcere dell’Aquila con il gip di Palermo Alfredo Montalto e i pubblici ministeri Giovanni Antoci e Gianluca De Leo ma gli atti sono stati depositati oggi.

Matteo Messina Denaro afferma: “Ero un agricoltore, lavoravo in campagna. Sono di Castelvetrano, ma una residenza non ce l’ho più da tempo perché il Comune tanti anni fa mi ha cancellato. Io ormai sono un apolide…Non faccio parte di nessuna associazione. Quel che so di Cosa nostra lo so dai giornali”. 

“Ha dei soprannomi?” gli chiede il gip Alfredo Montalto. E lui “Mai avuti. Me li hanno attaccati da latitante i vari giornalisti, ma io nella mia famiglia non ho avuto soprannomi”. Alla domanda sulle condizioni economiche, risponde: “Non mi manca nulla. Avevo anche beni patrimoniali, me li avete tolti tutti e se comunque qualcosa ho, no lo dico. Sarebbe stupido. Certo che ne ho sennò come potevo vivere fino a ora?”.

Insomma un Matteo Messina Denaro da cui non trapela, nelle parole, nessuna sudditanza rispetto ai magistrati. Sicuro di sé nega ogni appartenenza a Cosa Nostra. Si sente apolide ed è colpa del Comune di Castelvetrano averlo cancellato, di averlo costretto alla latitanza. Ricalca, nelle sue risposte, un pò uno dei personaggi di Pennac, uno degli autori più amati dal boss.

Uno dei tanti procedimenti penali che lo vedono coinvolto è quello di estorsione aggravata. Secondo i magistrati avrebbe minacciato pesantemente la figlia di un prestanome per farsi restituire un terreno che la famiglia Messina Denaro aveva fittiziamente intestato al padre

Ma lui nega decisamente di aver minacciato Giuseppina Passanante e sostiene di aver solo rivendicato un diritto. Non ammette nulla il boss. “Ognuno risponde con la propria dignità di quel che fa” e precisa: “Ascolti, questo terreno è stato comprato da mio padre nel 1983. Mio padre era amico del padre del signor Passanante, che oggi è pure morto, e allor chiese ad Alfonso Passanante, che conoscevo pure io, se poteva fare il favore di intestarsi questo bene, e il Passanante ha detto sì. Si intestò il bene, cioè si fece l’atto e lui conduceva le operazioni in campagna e aveva a che fare con me per i conti che dovevamo fare. Ad un tratto succede tutto quello che succede, e cioè che il tempo passa, passano gli anni, si arriva agli anni ’90, mio padre è latitante, il Passanante è in carcere. Io sono pure latitante”.   

“E ad un tratto so, per vie traverse, non tramite la signora Passanante, né tramite il papà che era ancoro vivo anche se in carcere – prosegue il boss – che tutti i loro beni sono stati ipotecati da alcune banche, per vicende loro che a me non interessano e nemmeno so, quindi questo terreno fu pure ipotecato, però io non dissi nulla e non feci nulla, perché lui era in carcere, quindi che dovevo dire? Andava cosi. Naturalmente la signora Passanante, in tutti questi anni di mia assenza, si tenne sempre tutto il profitto di questo terreno, e mai nessuno le chiese nulla”.   

E Matteo Messina Denaro spiega anche il perchè si è deciso a scrivere alla donna per riavere il terreno. “Ad un tratto, negli ultimi anni, vengo a sapere che lei stava vendendo il terreno. Tra parentesi avevano l’affare concluso sotto prezzo, perché lei che cosa voleva fare, prendersi questi soldi di questo terreno, cioè li rubava, e pagarsi il mutuo. E avrebbe pagato tutto con i miei beni. Arrivati a un dato punto, questi sono discorsi per me non onesti,perché le persone agiscono come vogliono, ma va bene cosi, ognuno poi risponde con la propria dignità delle cose che fa, nel bene e nel male. E allora che cosa ho fatto, l’ho contattata, con una lettera, e gliel’ho firmata, non ho detto pseudonimi, firmato con Matteo Messina Denaro, perché io credevo di essere nella ragione dei fatti”.

L’interrogatorio però in molte parti è coperto da omissis soprattutto nella parte che tocca  i rapporti del padrino con i boss corleonesi. Una parte è anche dedicata alla vicenda di Giuseppe Di Matteo, il figlio  del pentito sequestrato e sciolto nell’acido dopo oltre 700 giorni di prigionia. Il capomafia avrebbe smentito il suo coinvolgimento nella storia ed affermando di non aver mai incontrato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, soprannominato “u verru” (il porco) arrestato il 12 gennaio 1996 e certamente uno dei killer di riferimento dei Corleonesi. Diventa collaboratore di giustizia nel 2000 e si è sempre riconosciuto colpevole della morte del piccolo Di Matteo.

 

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