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Un tribunale del Canada stabilisce che l'emoji è valida quanto una firma

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Ultimo aggiornamento 9 Luglio, 2023, 22:47:00 di Maurizio Barra

Un giudice canadese ha stabilito che l’emoji del “pollice in su” è valida quanto una firma, sostenendo che i tribunali devono adattarsi alla “nuova realtà” della comunicazione odierna; quindi, ha ordinato a un agricoltore di pagare 82mila dollari canadesi per un contratto non rispettato.

La vicenda

Secondo i documenti del tribunale del King’s Bench for Saskatchewan nel marzo 2021, una cooperativa del posto, la South West Terminal, avrebbe mandato un messaggio di testo, con una proposta per la fornitura di 87 tonnellate di lino da acquistare.

Il rappresentante in questione SWT ha poi firmato il contratto e lo ha inviato con una foto tramite cellulare all’agricoltore Chris Achter insieme ad un messaggio con scritto “Per favore conferma il contratto di lino”.

L’agricoltore Achter avrebbe risposto con un’emoji “pollice in su” 👍🏻.

Achter non ha mai consegnato il lino nel novembre 2021, secondo i documenti.

Il rappresentante della SWT ha dichiarato nei documenti del tribunale di aver stipulato almeno altri quattro contratti con Achter tramite SMS. Ha detto che l’unica differenza questa volta è stata che Achter ha risposto con un’emoji “pollice in su” invece di “ok”, “sì” o “sembra buono”.

Dai documenti del tribunale emerge che per l’agricoltore Achter il pollice in su voleva confermare solo la presa visione del documento. “Non era una conferma che ero d’accordo con i termini del contratto di lino. I termini e le condizioni completi del contratto di lino non mi sono stati inviati e ho capito che il contratto completo sarebbe seguito via fax o e-mail da rivedere e firmare. Il signor Mikleborough (il rappresentante della SWT) mi scriveva regolarmente e molti dei messaggi erano informali”.

Secondo il giudice l’accordo si sarebbe “almeno verbalmente concluso”, secondo i documenti.

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