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Alcol e consumo precoce

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Ultimo aggiornamento 18 Luglio, 2023, 03:13:22 di Maurizio Barra

In Italia “alcuni fenomeni – l’immigrazione, il sesso, i consumi di sostanze – sono sorvegliati speciali”, chiosa Stefano Regio. “Nessuno pensa che bere un bicchiere di alcool ti porterà a essere un alcolista, molti pensano che una canna ti porterà a essere un drogato. Non è così”. Oggi come ieri, a consumare si inizia in età precoce. “Ci sono una serie di comportamenti, non solo canna-eroina, canna-siringa, canna-pippotto da crack. C’è una tendenza a usi molto precoci”, avverte Germana Cesarano. L’età della prima sbronza “si è abbassata di 3 anni, avviene a 13 anni. E c’è un uso di canne e altre sostanze quando ancora si è in fase di formazione del carattere e delle relazioni”. 

L’escalation arriva poi dopo, tra i 16 e i 17 anni. Maria Luisa Salvitti, psicoterapeuta della comunità di Magliana 80, ha lavorato con le unità di strada fino al 2019. “Lì si intercetta un target più giovane che non è lo stesso di 20 anni fa. Ci sono giovani che si avvicinano all’eroina e la fumano, ma rimane un contatto marginale. E ci sono altri che puntualmente raccontano che ogni volta che vanno a una festa si fanno un mix di pasticche, ecstasy, alcol, ketamina, cocaina. Questo è il mondo giovanile. Se dovessi stilare una gerarchia, a livello di problematicità e percezione del rischio, sicuramente metterei l’alcol al primo posto”. 

“L’alcol, oggi, è il brodo di coltura della dipendenza – quando non una dipendenza principale. Chi è dipendente da cocaina o cannabis è anche ottimo bevitore”. Vincenzo Aliotta, classe 1943, è l’ideatore e fondatore del Centro Recupero Dipendenze San Nicola, attivo dal 2013 a Piticchio, borgo medievale nelle Marche, in provincia di Ancona. Anche qui il programma terapeutico è breve e intenso ed è basato su un approccio interdisciplinare ispirato al metodo dei 12 Passi degli Alcolisti Anonimi. “Mia moglie era francese e nella sua famiglia il problema dell’abuso alcolico era ben presente”, racconta all’ANSA. La storia del progetto è diventata anche un libro, “Un passo alla volta. La vita oltre le dipendenze” [Giunti, 2023], curato dalla giornalista Barbara Bonomi Romagnoli. 

“La cultura alcolica è connessa col fatto che è una bevanda culturalmente accettata. È una modalità per i giovani per sentirsi più grandi e più in gamba rispetto al gruppo. Nell’adulto è espressione dell’essere rimasti piccoli mentalmente. La base è sempre quella del rapporto di relazione tra il noi e il fuori di noi”. Aliotta dal 1969 vive nelle Marche, partecipa tra il 1990 e il 2000 con il gruppo di Careggi, Firenze, alla stesura dei due volumi del “Libro Italiano di Alcologia”. L’eredità che raccoglie è quella della struttura clinica diretta dal padre e nata nel ‘63 come clinica neuropsichiatrica. “Erano gli anni del cambio di atteggiamento nei confronti della psichiatria”, ricorda. “Il problema dell’alcol nella famiglia di mia moglie mi ha dato la possibilità di avere una migliore conoscenza di come venisse trattato in Francia, dove si guardava alla malattia alcolica a tutto tondo”, mentre in Italia la visione era “piuttosto settoriale: l’alcolista, a parte lo stigma, veniva trattato con approccio gastroenterologico per i problemi al fegato”. Così – cruciale anche la rivoluzione del 1978, con la legge Basaglia – ci è venuta l’idea di passare a clinica delle dipendenze”. 

Tornato a Roma Aliotta si imbatte nella chiesa anglicana tuttora punto di riferimento storico per gli alcolisti anonimi e viene in contatto con l’autoaiuto: un cammino di spiritualità laica, il percorso dei 12 passi. Sono gli anni successivi alla guerra del Vietnam e dell’invasione dell’eroina sui mercati europei. La conoscenza del gruppo di alcolisti  porta Aliotta a capire l’importanza di inserire i gruppi di mutuo aiuto “nei percorsi di recupero basandoli sul metodo dei 12 passi”. L’obiettivo è quello della consapevolezza della malattia e soprattutto del desiderio, dopo il ricovero, di riuscire a tenersi fuori. Negli Stati Uniti entra poi in contatto con una comunità con gruppi in California e ad Atlanta. “Tutti gli operatori della società avevano avuto in passato problemi di alcol: dal primo degli ausiliari al direttore generale. Avvincente. Tornato in Italia, Aliotta decide di creare una struttura analoga. “Nel 2013 siamo riusciti a far partire questa attività innovativa nella gestione della problematica delle dipendenze”. La sfida, insieme all’eroina, è la cocaina. “E poi l’abuso alcolico, il sottofondo dipendenziale”.

Anche l’idea di Aliotta è quella della residenzialità breve: “Storicamente nel nostro Paese, per molti anni e anche con merito in alcuni casi, abbiamo avuto sempre – attraverso l’esperienza di Vincenzo Muccioli e Sanpa – l’idea di una comunità con un percorso almeno biennale per trovare la chiave del successo del trattamento”. Ma il fondatore del centro San Nicola decide di ribaltare il tavolo. 30 posti letto, in 10 anni quasi mille (920) casi trattati: il rapporto uomo-donna è 3 a 1. I pazienti seguono un percorso clinico di 3-4 settimane, poi una residenzialità sostanziale di due mesi e una messa alla prova per altri 10 mesi, con un rapporto mensile di follow up. Anche qui l’età media è cresciuta: all’inizio molto bassa, è ora intorno ai 38-40 anni. “Abbiamo percentuali di successo del 60-65% dei casi: per noi è soddisfacente, il settore è molto difficile”. E si continua ad applicare il metodo del 12 passi “arricchendo la qualità del servizio con la presenza dei counselors, cioè di persone con un percorso ormai stabilizzato da anni di sobrietà”. Figure “di grande importanza” perché “solo chi è uscito dalla dipendenza può capire che cosa può provare chi ha questo problema”. Per dare una risposta ad alcol, eroina e oggi al poliabuso e all’ormai assai diffusa doppia diagnosi, “cioè il sovrapporsi di problemi di tipo psichiatrico-psicologico”, l’importante “è non sottrarre la persona da quella che è la dinamica della sua vita: per questo la residenzialità breve è innovativa e fondamentale”. Come fondamentale è, “dopo”, mantenere un contatto: “Per questo stabiliamo un rapporto molto forte con i gruppi di auto-mutuo aiuto del territorio di residenza del paziente che esce. Che così è protetto da questa rete”. 

 

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