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I due identikit del paziente tipico

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Ultimo aggiornamento 18 Luglio, 2023, 01:10:22 di Maurizio Barra

Federico, Mattia, Stefano, Giorgio, rispondono a uno dei due identikit del paziente tipico: hanno cominciato da giovanissimi. “Tra i 15 e i 20 anni”, spiega Santon. “Probabilmente perché si proviene da contesti ambientali dove c’è un facile e immediato accesso alle sostanze, a volte famiglie problematiche, fallimenti durante i compiti evolutivi adolescenziali, difficoltà scolastiche, magari non registrate”. Francesca e Silvio, invece, hanno cominciato dopo i 30 anni: è l’altro identikit. “Almeno un terzo dei nostri pazienti: a volte hanno avuto usi non problematici in adolescenza e poi a 35-40 anni, per un cambio di scenario di vita, magari improvviso e traumatico, si ritrovano ad avere accesso alla cocaina e a sviluppare anche rapidamente una dipendenza”. 

“Ce n’è tantissima di gente che consuma: almeno il 90% delle persone che conosco”, dice Federico. Dal 2011 a oggi circa 550 persone hanno intercettato il servizio Care. Nei primi anni “abbiamo avuto grande afflusso di persone per cui il nostro servizio non era del tutto appropriato, e almeno un terzo di queste cartelle cliniche non si sono poi trasformate in persone prese in carico”. Da 4 anni il servizio ha messo a punto un monitoraggio dei dati e delle 231 cartelle aperte da allora, circa 160 persone hanno avuto accesso al programma “che prevede una fase diagnostica valutativa e una di trattamento di 6-18 mesi”. Per loro la percentuale di successo tocca il 90%, dice Santon. “Il problema delle dipendenze richiede risposte specifiche che possono cambiare di persona in persona”. 

“Se vogliamo fare qualcosa di saggio per la montagna di persone che si avvicina ai consumi dobbiamo dare a ognuna una risposta adeguata”, conferma all’ANSA Stefano Regio, presidente del “Cammino Cooperativa Sociale onlus” e responsabile area consumi e dipendenze del Cnca Lazio, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza. “Qualcuno svilupperà dipendenza. Il 90% no”. L’esperienza di consumo, per Regio, non è riducibile a zero, con buona pace del proibizionismo. “Puoi inventarti quello che vuoi. Ce lo dice la storia: il consumo fa parte dell’essere umano. A volte è più acuto, a volte flette, in alcune culture è più tollerato, in altre meno. Ma non esiste un Paese, una tribù che non fa consumo di sostanze”. Ed è, assicura Regio, “molto presuntuoso pensare che alcuni fenomeni possano essere gestiti con l’obiettivo di ridurli a zero. Possiamo solo trovare modi per accompagnare le persone per uscirne senza danni gravi e senza che, nell’assumere certe condotte, si diffondano per esempio malattie infettive nella popolazione generale. Questo per noi è l’approccio più sano, laico, professionale, efficace e scientifico”. 

 

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