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Nanni Moretti, la sostenibile leggerezza dei 70 anni

Tempo di lettura: 4 minuti

Ultimo aggiornamento 18 Agosto, 2023, 17:49:25 di Maurizio Barra

(di Giorgio Gosetti) Come si fa a
immaginare Nanni Moretti settantenne? Un’intera generazione,
quella che lo applaudiva a scena aperta sentendolo esclamare
“Sono un splendido quarantenne” (ai tempi di “Caro Diario”),
dovrà rassegnarsi a festeggiare con l’autore romano il traguardo
dei 70 anni il 19 agosto. Eppure sarà un bel compleanno perché
in tutto questo tempo Nanni ha guadagnato in qualità e
profondità espressiva, ma senza perdere vitalità, ironia, vigore
e ciò che John le Carré chiamava “La passione del suo tempo”. Il
suo obiettivo ha visto passare la stagione dell’insofferenza
giovanile, quella dell’impegno politico, dell’indignazione
morale, mischiate alla malattia, al disincanto e al dolore. E
ogni volta ha scelto un’angolazione originale, una ricerca
ideale, un senso globale del lavoro dell’artista che oggi
possiamo finalmente apprezzare. Allampanato, tagliente fin nel
fisico e nella parola, sportivo e competitivo fino ad
ironizzarne gli eccessi, timido e scontroso solo all’apparenza
(il suo sorriso è fanciullesco e contagioso), non è forse per
caso che l’autore di “Caro diario” sia nato a Brunico il 19
agosto 1953 durante una vacanza dei genitori in montagna. E’
difficile immaginare qualcuno più romano di Nanni Moretti, ma
sembra che nei suoi cromosomi lo spirito protestante e rigoroso
degli alto-atesini sia inciso a fuoco. La sua è una famiglia di
docenti: il padre Luigi insegna epigrafia latina, la madre
(Agata Apicella) è professoressa di lettere, il fratello
maggiore Franco sarà ordinario di letterature comparate e Silvia
(la sorella più piccola) entrerà alla Treccani: una famiglia
borghese che però non contrasterà mai la passione per il cinema
del ragazzo che addirittura vende (così narra la leggenda) la
sua collezione di francobolli in cambio di una cinepresa Super8.

   
Con questa gira le sue prime prove (“La sconfitta”, “Paté de
borgeois”, “Come parli, frate?”) che presenterà alle Giornate
del Cinema, la contro-mostra di Venezia nel 1974. Sempre in
Super8 – sembra con l’aiuto della nonna e la benevolenza del
padre – gira nel 1976 il suo primo lungometraggio, “Io sono un
autarchico” che resterà per mesi in cartellone al Film Studio di
Roma. Alla formazione del futuro cineasta contribuiscono le
serate passate al Cineclub Roma Sud (Nanni ha preso casa nel
quartiere Trieste della Capitale), l’agonismo nella pallanuoto
(dalla Lazio Nuoto spiccherà il volo fino alla Nazionale
Juniores), la scoperta della politica. Con “Io sono un
autarchico” nasce il suo alter-ego da lui stesso interpretato:
quel Michele Apicella a cui Moretti affiderà i suoi “eroici
furori” e la sua graffiante ironia ben quattro volte fino a
“Bianca” del 1984. Il biglietto da visita del felice esordio gli
permetterà nel 1978 di approdare al circuito ufficiale con “Ecce
Bombo” grazie al fiuto del produttore indipendente Mario Gallo.

   
Girato insieme agli amici Paolo Zaccagnini (indimenticabile
critico musicale), Fabio Traversa (attore caratterista), Piero
Galletti (compagno di studi) ma anche con professionisti noti
come Lina Sastri e Glauco Mauri, il film diventerà l’evento
dell’anno, approderà in concorso al festival di Cannes,
guadagnerà due miliardi di lire, dieci volte il suo costo.

   
Cominciano in quell’occasione le invettive del Moretti-critico
contro il cinema di consumo; la prima vittima è Alberto Sordi,
seguirà Lina Wertmueller, fino al mondo Netflix sbeffeggiato ne
“Il sol dell’avvenire”. La strada di Cannes sarà sempre per
Moretti la via maestra con le eccezioni del terzo film, “Sogni
d’oro” che debutta alla Mostra di Venezia nel 1981 guadagnando
il Leone d’argento, di “La messa è finita” (Orso d’argento a
Berlino) e “Palombella rossa” (di nuovo a Venezia, ma fuori
concorso). Da “Caro diario” (1993) in poi sarà invece sempre
sulla Croisette per un totale di nove partecipazioni benedette
dalla famosa “eccezione Moretti” che gli consente – caso raro
per il Festival di Cannes – di far uscire i suoi film mesi prima
della première in Costa Azzurra. Ma la “prima volta” gli è
rimasta incisa nella memoria: “”Ricordo – ha confessato di
recente – che avevo una giacca gialla a quadretti, non c’erano
tappeti rossi, passerelle, la proiezione fu nel vecchio Palazzo,
sul lungomare dalla parte degli alberghi, non c’era l’obbligo
del vestito da sera, ero con qualche attore come Fabio Traversa,
Paolo Zaccagnini, quello che ricordo bene era la totale
inconsapevolezza che ci accompagnava”. Sarebbe tornato invece –
tra un film e l’altro – in smoking e con cipiglio severo per
presiedere la giuria nel 2012, lo stesso anno in cui avrebbe
avuto la Legion d’onore del governo francese. Francia e Italia
sono certamente le due nazioni che l’hanno adottato, specie dopo
la Palma d’oro de “La stanza del figlio” nel 2001. Ma da Toronto
a New York, da Locarno a Londra, i grandi festival del mondo ne
hanno festeggiato la grandezza e l’unicità. Instancabile e
militante, dagli anni ’90 in poi si è spesso distinto con lavori
documentari di grande impatto (due per tutti “La cosa” e
“Aprile”), ha suscitato polemiche per le sue prese di posizione
(sullo schermo con “Il caimano”, nelle piazze con i “girotondi”)
contro il berlusconismo e l’avvento delle Destre al potere. Nel
1987 fonda con l’amico Angelo Barbagallo la Sacher Film con cui
produrrà gli esordi di Carlo Mazzacurati e Daniele Luchetti. Nel
’90 aprirà la sala d’essai Nuovo Sacher a due passi da
Trastevere, il cinema destinato ad ospitare il meglio della
produzione indipendente da “Riff Raff” di Ken Loach (la sera
della prima) a “Close Up” di Abbas Kiarostami (a cui dedicherà
un celebre cortometraggio). Sarà attore premiato ne “Il
portaborse” di Luchetti, “Caos calmo” di Antonello Grimaldi e
“Il colibrì” di Francesca Archibugi; produrrà lavori di Mimmo
Calopresti, Velia Santella, fino al recente “Las leonas” di
Isabel Achava e Chiara Bondi presentato alle Giornate degli
Autori nel 2022.

   

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