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Giambrone, 'Regie d'opera discutibili? Conta la fedeltà alla trama'

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Ultimo aggiornamento 24 Agosto, 2023, 00:34:47 di Maurizio Barra

”Dovremmo essere tutti d’accordo su una cosa: chi mette in scena un’opera deve rispettare la verità della trama. Questo è il dato imprescindibile che non vuol dire la messa in scena tradizionale”. La calda estate degli spettacoli all’ aperto resa ancor più incandescente dal gesto di direttori che scelgono di guidare l’ orchestra bendati in polemica con le scelte di regia ha riproposto in modo eclatante il dibattito sulla attualizzazione dei capolavori della lirica che Francesco Giambrone, sovrintendente del Teatro dell’ Opera di Roma conosce bene. ”Stiamo assistendo a uno di quei fenomeni molto italiani – dice all’ ANSA – in cui si polarizzano posizioni estreme quando invece si dovrebbe fare uno sforzo per trovare punti di equilibrio e di riflessione. Da una parte abbiamo la tendenza a difendere le regie più innovative che cercano di restituire anche con un linguaggio diverso le opere che conosciamo e amiamo e dall’ altra i fautori di mettere in scena l’ opera in un solo modo nel senso della tradizione in senso stretto”. Come presidente dell Agis, l’ Agenzia Generale Italiana dello spettacolo, e ancor più direttamente da numero uno della fondazione musicale della Capitale dopo l’ esperienza al Teatro Massimo di Palermo, Giambrone riflette sulle ”posizioni estreme, tutte intransigenti e nessuna che rifletta sulle esigenze reali, tra chi vuole il teatro d’ opera come museo di se stesso e chi come come curiosità e attenzione ai linguaggi contemporanei, come specchio della quotidianità per farci riflettere”. Forse è un errore proporre solo allestimenti tradizionali ma in certi casi voler attualizzare a tutti i costi può lasciare spazio a molte perplessità? ”In Italia siamo molto legati in maniera affettuosa e anche un po’ patologica all’ opera come l’ abbiamo sempre vista, come se quella fosse la modalità per metterla in scena in modo corretto.
    In realtà pretendere di rappresentarla sempre allo stesso modo è un errore, perchè anche quella prassi ha portato a travisamenti della verità della trama”. Per il pubblico il tema è molto sensibile, osserva ricordando il successo di Rigoletto nella versione di Damiano Michieletto riproposta con successo alle Terme di Caracalla nelle scorse settimane. ”Mi hanno scritto alcuni spettatori ‘critici’ e uno mi ha rimproverato che in questo allestimento mancasse il fascino della corte del Duca di Mantova. Se ci si aspetta questo siamo sulla strada sbagliata, Ha ragione invece il regista quando racconta che il Duca di Mantova non aveva nessun fascino, era anzi una brutta persona.
    L’ uomo è cacciatore, la carne è debole.. potremmo addirittura uscire con l’ idea che sia un simpatico personaggio ma Verdi non racconta così lui nè il fascino della sua corte”. Giambrone cita proprio il caso italiano di qualche anno fa di una Carmen che alla fine uccide Don Josè. ”Ecco, questo è stravolgere la verità di una storia che è ben altra, un uomo che uccide una donna, siamo di fronte a un femminicidio. Se cambi la trama diventa un problema, diverso dall’ interpretarla con il linguaggio di oggi. Oggi tutto si evolve, la messa in scena, la tecnologia… ma bisogna restare fedeli alla storia”.
    Dietro la lettura di un’ opera, sottolinea, ci deve essere un pensiero. ”Non sono mai per la estremizzazione delle scelte ma penso un regista che elabora una sua idea, rispetta la storia e la racconta in un modo che tocca anche le sensibilità dei giovani vada assecondato. Uno studente che ha assistito di recente al Castello di Barbablu, di Bartok mi ha detto di averlo trovato ‘Bellissimo, era un thriller’. Se un ragazzo di 16 anni alle fine di un’ opera difficile ti risponde così, il regista ha colpito nel segno parlando un linguaggio comprensibile”. C’ è il pericolo di enfatizzare le regie a scapito dell’ orchestra e dei cantanti? ”E’ un rischio reale ma la lettura musicale e l’ esecuzione dei cantanti diventano tutt’ uno con la messa in scena. Può accadere quando non si riesce a coinvolgere regista, direttore e cantanti in un lavoro coerente. Non c’è forza se l’ esecuzione musicale è formidabile ma il pensiero teatrale è insignificante, e viceversa”. Quale è il segreto di uno spettacolo riuscito e di successo? ”L’ alchimia di mettere insieme le persone giuste e curare lo sviluppo di uno spettacolo dalla prima fase di gestazione creando la scintilla tra regista e direttore anche se non si sono mai conosciuti. Si scelgono insieme i cantanti e insieme si fa in modo che lo spettacolo cresca”. Per Giambrone, però, è sempre il teatro a metterci la faccia, anche se i risultati fanno discutere. ”Io non ho mai detto: il regista ha voluto così ma io la pensavo in un altro modo… Il teatro è committente, fa delle scelte, si affida agli artisti che hanno la massima libertà discutendone però con il teatro che conosce il suo pubblico e ha ben chiaro il progetto e la politica culturale che vuole portare avanti. La stagione è un pezzo di strada che si fa insieme, tutti sono partecipi del processo, ma il teatro ha la responsabilità di indicare la direzione”
   

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