Ultimo aggiornamento 11 Settembre, 2023, 00:45:45 di Maurizio Barra
“L’anno scorso alla presentazione del programma parlai di Biagi o Barbato come modelli di ispirazione. Poi ho capito che il format non poteva consistere nel dare la mia opinione sui fatti del giorno, ma doveva essere un approfondimento sui fatti di attualità con un punto di vista particolare, spero originale. Anche nella ricerca degli ospiti, occorreva trovare voci non del tutto usurate dal dibattito politico”. Marco Damilano torna per la seconda stagione con Il cavallo e la Torre, da lunedì 11 settembre alle 20.38 ogni giorno per 10 minuti su Rai3. Il primo anno si è chiuso con un media intorno al 7% di share, che ha aperto la strada alla conferma della trasmissione, mai stata in discussione nella formazione dei palinsesti. I contenuti della prima settimana sono ancora da definire, ma nelle prime puntate ci sarà senz’altro il cardinal Matteo Maria Zuppi per parlare delle missioni di pace in Russia, Ucraina e poi in Cina, ma anche della presenza della chiesa in territori dimenticati, come ad esempio Caivano, oltre che del tema dell’immigrazione già affrontato l’anno scorso dal programma con reportage dalla Tunisia. Tra i primi ospiti anche il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia per approfondire i temi legati alla mafia. “Torniamo su argomenti dei quali l’anno scorso ci siamo occupati, anche in anticipo rispetto all’esplosione dei fatti di cronaca – spiega all’ANSA Damilano -, con reportage che anche nel tempo breve della striscia hanno dato una connotazione ben precisa al programma, consentendo di far vedere vari aspetti della realtà e non soltanto di parlarne come fanno, in quella fascia oraria, i programmi di La7 e Rete4. Ciò ci ha premiati, in termini di ascolto e consenso”. Nella stessa fascia c’è anche la striscia di Bruno Vespa su Rai1, Cinque minuti. “Vespa ha meno tempo e comincia prima. Non sono format sovrapponibili, anche se hanno in comune la risposta alla richiesta del pubblico di essenzialità nell’approfondimento, che non costringa necessariamente a seguire il dibattito tra gli ospiti” L’anno scorso ci furono polemiche dopo la puntata con Bernard-Henri Lévy… “Lui disse che in Italia le elezioni non sono democratiche, rispondendo in realtà a una domanda con la quale attaccavo l’atteggiamento elitario di certe posizioni. Poi da quelle frasi presi le distanze. Era un momento delicato perché eravamo una settimana dal voto, ma credo che sia stata riconosciuta la nostra correttezza”. Ci sarà qualche novità nella nuova stagione? “Le vignette di Mauro Biani saranno presenti con più continuità. Poi intendo dare maggiore attenzione alle questioni internazionali, anche quelle di cui si parla meno. Sono contento di aver parlato nella scorsa stagione tante volte dell’Iran, con attivisti e intellettuali. Abbiamo parlato di Turchia con Pamuk e ovviamente di Ucraina tante volte. In vista ci sono le elezioni europee e quindi daremo all’Europa un’attenzione specifica sia su questioni politiche che sociali. Da incrementare anche il racconto dell’Italia ‘minuta’, non dico minore, che ha poco spazio sui media”. Come si inserisce il suo programma nella nuova narrazione Rai. Si sente in qualche modo un sopravvissuto? “Non mi sento certo un sopravvissuto… penso che il pluralismo sia un dovere del servizio pubblico, oltre che un diritto del pubblico. Il pluralismo non si fa con il bilancino, è una conquista di tutti i giorni, come l’autonomia professionale. Ho uno studio che affaccia sul cavallo di Viale Mazzini, nel cuore pulsante della Rai e sento la responsabilità di fare servizio pubblico”. L’autunno dell’informazione televisiva presenta diverse nuove sfide. È un segnale positivo? “Nei mesi che hanno preceduto la presentazione dei palinsesti c’è stata una specie di calciomercato. Una vera e propria campagna acquisti con bandiere che hanno cambiato maglia. Ora si tratta di capire se questo creerà maggiore qualità dell’informazione, oppure se lo studio televisivo diventerà un altro luogo di frattura e non di mediazione tra il paese e la classe politica”.
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