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Salvare i prati stabili per curare il suolo, l'appello da Cheese

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 14 Settembre, 2023, 20:03:37 di Maurizio Barra

Salvare i prati stabili, coperti da
vegetazione permanente e dove non si usano né diserbanti né
antiparassitari e neppure si pratica l’aratura. E’ il tema forte
di ‘Cheese’, dal 15 al 18 settembre a Bra. “Tutelare la
conservazione dei prati stabili, in pianura e in montagna, ha
uno straordinario significato sociale, culturale ed ecologico. –
spiega Francesco Sottile, membro del consiglio direttivo di Slow
Food e docente di Agraria all’Università di Palermo – A livello
globale, insieme all’acqua, il suolo è la risorsa naturale più a
rischio. Per questo avremmo bisogno che tutti gli interventi a
favore del l’agricoltura non considerassero marginale il
contributo della conservazione dei prati stabili al
raggiungimento di obiettivi importanti che l’Europa si è data a
livello di green deal e transizione ecologica”.

   
L’intervento ‘naturale’ dell’uomo “è fondamentale per il
mantenimento del prato stabile, perché se abbandonato rischia di
essere sostituito da boscaglia e poi dal bosco. L’uomo – spiega
Sottile -, solitamente il pastore, deve gestirlo in termini di
raccolta del foraggio, di sfalcio o di gestione del pascolo. Una
produzione casearia di qualità parte da un prato stabile, che ha
anche un ruolo straordinario in termini ecologici: è un
serbatoio di carbonio importantissimo per gli effetti sulla
mitigazione della crisi climatica”.

   
Un prato stabile significa anche fertilità del terreno, e se
ne comprende l’importanza se si pensa che l’ultimo rapporto
sulla qualità dei suoli, ricorda Sottile, “dice che il 70% dei
suoli arabili a livello planetario sono interessati da processi
di desertificazione. Stiamo mettendo a rischio la risorsa più
importante per la produzione agroalimentare. La perdita di prati
stabili è una delle fonti primarie di perdita di fertilità”.

   
Due sono i pericoli, conclude Sottile: “i prati stabili di
pianura sono a fortissimo rischio perché le pianure sono state
utilizzate molto con modelli di agricoltura intensiva e
industriale, per quelli di montagna il pericolo è l’abbandono. E
nel nostro Paese in cui aree interne, montane o collinari
rappresentano una parte rilevante del mondo rurale e del nostro
territorio, questo determina l’urgenza di un intervento”.

   

   

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