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Meloni: il coraggio e le azioni di Livatino un esempio per noi, grande servitore dello Stato

Tempo di lettura: 7 minuti

Ultimo aggiornamento 21 Settembre, 2023, 17:59:32 di Maurizio Barra

“Nel giorno del 33esimo anniversario dalla barbara e vile uccisione del Giudice Rosario Livatino per mano della mafia, desidero ricordare un grande servitore dello Stato e un uomo di profonda fede che ha dedicato la sua intera vita nel combattere la criminalità organizzata e il malaffare”. Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando che “il suo coraggio e le sue azioni sono d’esempio per noi, per proseguire nel cammino intrapreso da eroi come lui, verso la legalità e la ricerca di giustizia. L’Italia non dimentica il suo sacrificio”.

La Russa: il suo coraggio ancora attuale

“A trentatre anni dal suo assassinio ricordiamo la figura e la memoria del giudice Rosario Livatino, uno dei tanti magistrati che ha pagato con la vita la lotta alla criminalità organizzata in Sicilia. Il suo insegnamento, il suo coraggio e il suo pensiero sono forti e attuali ancora oggi”. Così il Presidente del Senato Ignazio La Russa.

 

Don Ciotti: bisogna trovare il coraggio per collaborare

“Bisogna trovare il coraggio di avere più coraggio. Abbiamo avuto testimonianze di persone che lo hanno fatto, si sono sacrificate, molte sono state anche emarginate, ma che hanno portato un grande contributo nel contrasto alla violenza criminale mafiosa. Oggi, in Italia, si è passati dal crimine organizzato mafioso al crimine normalizzato, cioè nella coscienza della gente è diventato uno dei tanti problemi. E invece non lo è. La presenza criminale è ancora molto presente e molto viva”. Lo ha detto don Luigi Ciotti, a Santo Stefano Quisquina (Agrigento) per celebrare un matrimonio, nel giorno del 33esimo anniversario dell’uccisione, da parte della criminalità organizzata, del giudice Rosario Livatino, “Loro si sono performati – dice il sacerdote che ha creato l’associazione ‘Libera’ –  e tocca anche a noi unire le nostre forze per diventare una forza propositiva, di cambiamento. Non possiamo delegarlo solo alla magistratura e alle forze di polizia. Se vogliamo bene al nostro Paese, ai nostri territori dobbiamo avere il coraggio di avere più coraggio. E quando vediamo delle cose che non vanno bene dobbiamo, trovando i modi giusti, di collaborare per la ricerca della verità e della giustizia. Non dimentichiamoci che la presenza mafiosa c’è – sottoline a don Ciotti  – e che oggi i grandi boss sono passati dalle forme più arcaiche di una volta a essere manager e imprenditori del Paese. Si camuffano e sono presenti. E allora dobbiamo essere ancora più presenti noi”. 

Rosario Livatino, la camicia insanguinata che il magistrato indossava il giorno del suo omicidio portata in una teca Ansa

Rosario Livatino, la camicia insanguinata che il magistrato indossava il giorno del suo omicidio portata in una teca

Il testimone Nava: “Ecco perché raccontai”

“Perché ho fatto questa scelta? E’ semplice: io ho avuto una famiglia che mi ha insegnato che devi avere senso di responsabilità, che quando tocca a te tocca a te, che non puoi alzarti la mattina, andarti a fare la barba e dirti le bugie. […] Chiaramente non sapevo che era un giudice, ma non era questo l’importante: c’erano delle pistole, c’era qualcosa che non andava, poteva essere chiunque, in quel momento toccava a me, io non avrei più potuto né leggere un giornale, né guardarmi nello specchio se non mi fossi comportato così. Vi chiedete se lo rifarei? Certo, perché devo avere rispetto di me stesso, il primo ad avere rispetto di me stesso devo essere io, non gli altri. E’ chiaro che è stato difficile, è stato molto difficile perché, come ha detto la presidente, non c’era il servizio di protezione”. Pietro Ivano Nava, il primo testimone di giustizia nei fatti di mafia, raccontò in questo modo perché aveva deciso di raccontare cosa aveva visto il 21 settembre del 1990 lungo la strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta, quando i killer della mafia uccisero il magistrato Rosario Livatino.

Il 21 settembre 2016 Nava venne convocato in audizione dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie. Ecco alcune delle sue dichiarazioni, tratte dal resoconto stenografico di quell’audizione: “Era un giudice, ma se fosse stato un pastore sarebbe stato uguale: era un crimine, una cosa che non funzionava, che non doveva essere fatta, non andava bene, mi ha urtato, mi ha proprio urtato. D’altronde andavo piano, è stata una serie di cose, non potevo non vedere, e per me stesso non potevo non andarlo a dire, non c’è niente da fare. Non è che uno fa una scelta, non hai scelta, ti tocca, hai visto un crimine e vai a dirlo, punto e basta. Poi quello che succede si vedrà”.

Pietro Nava continua, su richiesta del presidente della Commissione: “Dipende dall’educazione, è molto importante cosa succede nelle famiglie, l’educazione in casa e la scuola. Mi pare che non ci sia più la lezione di educazione civica, no? E’ appena successo sulla metro a Roma, l’ho letto sul giornale, hanno picchiato uno perché ha detto che non si può fumare, si è alzato qualcuno a dire qualcosa? Questo è il mondo brutto nel quale viviamo, ma perché? Perché non c’è un’educazione, perché uno non si sa prendere le responsabilità oppure ha paura di prendersi delle responsabilità perché non si sente tutelato. Anch’io non mi sono sentito tutelato, però avevo la forza in me. Quante volte hanno cercato di impormi qualcosa, ma ho detto: ‘No, sono sulla sponda buona, decido io se lo voglio fare o no, non decidi tu per me, io sono dalla parte giusta, faccio parte dei buoni, tira la riga’. Non tutti però hanno questa forza, probabilmente altri testimoni non l’hanno avuta, forse non avevano una famiglia come l’avevo io, non avevano la cultura che avevo io, non avevano la storia che avevo io…Quello che dovete fare è cercare di ricostruire il senso civico. Questo manca, due giorni fa si è verificato questo episodio a Roma e nessuno ha parlato, perché la gente non si sente tutelata, è questa la campagna che va fatta, anche se è difficile. Capisco che è di una difficoltà estrema, però, se posso dirlo, su questo c’è stato un po’ di abbandono, quindi io ho avuto la fortuna di avere una famiglia che me l’ha fatto sentire, altri sicuramente ce l’hanno come la mia o migliore della mia, però non credo che oggi sia tanto così. Le persone hanno questa impressione e non si sentono cittadini, non sentono di far parte dello Stato, è una sensazione strana, l’ho avuta anch’io tante volte, è una brutta sensazione perché lo Stato sono anche io, partecipo per una piccolissima parte, ma lo Stato sono anche io”.

Piero Ivano Nava racconterà inoltre delle difficoltà che il suo gesto gli provocherà, dall’isolamento anche dalla famiglia alla perdita di un lavoro ben avviato e redditizio, e di un particolare aneddoto di cui è protagonista anche Giovanni Falcone: ‘Io non sapevo chi fosse – racconta – mi hanno detto dopo che era Falcone, ma vengo comunque da un mondo dove Falcone o Marcegaglia sono comunque come me, con due gambe, due occhi, un naso. E’ chiaro che lui si era meravigliato, non faceva parte dei magistrati d’inchiesta perché veniva da Palermo, la stanza era piccola, io ero seduto qua, il funzionario di polizia importante qui, il magistrato qua. La dovizia di particolari l’aveva meravigliato, quindi abbiamo avuto uno scontro sulla moto, perché io ho dichiarato che c’era una Uno verde e che la moto era un Tenerè, lui mi guarda e mi fa: ‘Come fai a dire che è un Tenere’?’, e io gli rispondo: ‘Scusi, io non so chi è lei, ma io ho due motociclette, oltre a cinque automobili, un California Guzzi che si guida in una certa posizione e un Convert 1000 Guzzi che si guida in un’altra. Il Tenerè si guida così: non c’è niente da fare, sul Tenerè devi stare cosi’. Era un Tenerè”. In quel momento entra il colonnello dei Carabinieri dicendo che avevano trovato macchina e moto bruciate e le armi, e dice che la moto era un Tenerè ! Allora Falcone mi ha detto: ‘Mi scusi’ e ho risposto: ‘Niente, sono qua e vi dico quello che ho visto, quello che non ho visto vi dico che non l’ho visto’. E’ chiaro che erano meravigliati perche’ uno che si ricordava i colori dalla camicia, che mancavano le cinghiette degli stivali, che era mancino, le Timberland, il maglione rovinato da una parte, il casco, le posizioni eccetera. Me ne hanno messi tre per tre volte a Sollicciano con il casco, alti uguali e vestiti uguali e ho sempre detto: ‘E’ quello li”, la terza volta mi hanno chiesto come facessi, ma tutti abbiamo una postura e anche quello aveva una certa postura. Mica e’ colpa mia se ho questa capacita’ e tutto quello che hanno riscontrato era vero, che ci devo fare? Per questo ho preso le mie chiavi e ho detto ‘Sapete tutto e me ne devo andare’, perche’ per me era una cosa normale e la reputo ancora tale. L’ha detto lei, per sconfiggerli, se si va nella normalita’, sono subito perdenti, perche’ loro si fanno le elucubrazioni mentali e tu vai avanti con la normalita’, quindi sono perdenti, e’ semplice”. 

Le tappe dei processi 

Il giudice Rosario Livatino venne ucciso, in contrada San Benedetto ad Agrigento, da 4 sicari assoldati dalla locale Stidda. Tre i processi, andati avanti nel corso di un decennio, che hanno portato a diverse condanne. Il 18 novembre 1992, la corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo i ventitreenni Paolo Amico e Domenico Pace, esponenti della Stidda di Palma di Montechiaro residenti in Germania dove facevano i pizzaioli. Sentenza che fu poi confermata sia in appello che in Cassazione. Queste prime indagini procedettero velocemente grazie alla testimonianza di Pietro Nava, un agente di commercio originario di Milano che si trovava a passare per caso dalla statale 640 e fu testimone oculare del delitto.  

Nel 1993, grazie alle indicazioni del collaboratore di giustizia Gioacchino Schembri, vennero individuati ed arrestati gli altri membri del gruppo di fuoco stiddaro: Gaetano Puzzangaro, di 23 anni (detto “la mosca”, originario di Palma di Montechiaro), Giovanni Avarello, di 28 anni (esponente della Stidda di Canicattì) e Giuseppe Croce Benvenuto, di 23 anni (anche lui stiddaro palmese), il quale iniziò a collaborare con la giustizia. Nel processo cosiddetto “Livatino bis” furono imputati, oltre Puzzangaro ed Avarello, anche Domenico Pace e Paolo Amico (già condannati all’ergastolo nell’altro processo) per detenzione abusiva delle armi adoperate nell’omicidio mentre la posizione di Croce Benvenuto venne stralciata. Il processo si concluse nel luglio 1995: la corte d’Assise di Caltanissetta condannò – pronunciamento confermato negli altri gradi di giudizio – all’ergastolo Puzzangaro ed Avarello, mentre Amico e Pace al pagamento di un milione di lire di multa perché quel reato costituiva la continuazione di quello di omicidio per cui erano già stati condannati. 

Nel 1997 iniziò il “Livatino ter”, processo nato sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giuseppe Croce Benvenuto e Giovanni Calafato, che confessarono di avere partecipato alla fase ideativa e organizzativa dell’agguato: gli imputati erano, oltre agli stessi Croce Benvenuto e Calafato, Antonio Gallea, Salvatore Calafato (fratello di Giovanni), Salvatore Parla e Giuseppe Montanti, capi delle Stidde di Canicattì e Palma di Montechiaro accusati di essere i mandanti dell’omicidio Livatino poiché credevano erroneamente che il giudice favorisse il loro nemico, il boss di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro e perseguisse invece la loro organizzazione con l’applicazione di misure di prevenzione e condanne.    

Nel 1998 la Corte d’assise di Caltanissetta condannò Antonio Gallea all’ergastolo e Salvatore Calafato a 24 anni di reclusione mentre i collaboratori Croce Benvenuto e Calafato vennero condannati a 18 e 16 anni di carcere e Parla e Montanti vennero invece assolti. Al processo d’appello non si costituirono parte civile i genitori del magistrato ucciso, Vincenzo Livatino e Rosalia Corbo che si dissero “stanchi di tutto”. Nel 1999 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta modificò la sentenza di primo grado: la pena dell’ergastolo venne confermata per Gallea ed estesa anche a Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti mentre la posizione di Croce Benvenuto e Calafato venne stralciata dal processo e, giudicati separatamente, ebbero 13 anni di carcere con lo sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia. 

Nell’ottobre 2001, la Cassazione confermò l’ergastolo per Gallea e Calafato ma dispose lo stralcio per la posizione degli altri due imputati Giuseppe Montanti e Salvatore Parla, il cui ergastolo sarà infine confermato l’anno successivo e diverrà definitivo.

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