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Ancora tensione in Kosovo, uomini armati si sono barricati in un monastero

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Ultimo aggiornamento 24 Settembre, 2023, 21:46:47 di Maurizio Barra

Situazione tesa in Kosovo dopo la morte di un poliziotto e tre militanti al confine con la Serbia: una trentina di uomini armati restano asserragliati in un monastero circondato dalla polizia kosovara a Banjska nel nord del Paese. Nell’edificio religioso si trovano alcuni pellegrini provenienti dalla Serbia e un abate che all’arrivo degli uomini armati si sono chiusi all’interno del monastero, secondo quanto ha fatto sapere la diocesi; . Le autorità kosovare non hanno diritto di intervenire all’interno di chiese e monasteri ortodossi senza l’autorizzazione della Chiesa; il premier Albin Kurti ha mostrato alla stampa alcune foto degli uomini armati e vestiti da militari.

Le tensioni al confine erano iniziate prima dell’alba, quando un poliziotto di pattuglia vicino al confine con la Serbia è stato ucciso in seguito all’attacco “da diverse posizioni con armi pesanti, comprese le granate“, secondo la polizia. Uno dei suoi colleghi è rimasto ferito.

Il premier Kurti ha condannato l’attacco come “criminale e terroristico” e ha accusato “funzionari di Belgrado” di offrire supporto logistico e finanziario “alla criminalita’ organizzata“. Il presidente, Vjosa Osmani, si è detto d’accordo, affermando che “questi attacchi dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il potere destabilizzante delle bande criminali, organizzate dalla Serbia“. Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha reagito annunciando che avrebbe preso la parola alle 20 per “sfatare tutte le bugie di Albin Kurti, che sta creando solo caos e inferno” in Kosovo.

“Le sparatorie contro la polizia continuano. Condanniamo tale attacco criminale e terroristico. Si tratta di crimini sostenuti e organizzati dalla Serbia che aggredisce il nostro paese. Invito loro ad arrendersi“, ha scritto il premier kosovaro Kurti su X riferendosi agli uomini armati rifugiati nel monastero serbo ortodosso a Banjska.

 

Secondo Kurti gli aggressori, in uniforme, sarebbero entrati in Kosovo a bordo di jeep senza targa, appoggiati da autoblindo. “L’attacco di oggi non ha nulla a che fare con il contrabbando. Si tratta di un attacco da parte di un gruppo militante venuto a combattere in Kosovo. Non si tratta di bande criminali, ma di formazioni militari o di polizia. Noi non vogliamo la guerra“, ha affermato Kurti, che ha invitato la popolazione alla calma e alla prudenza, per consentire alle forze dell’ordine di neutralizzare l’attacco.

Prima delle violenze di queste ultime ore, Kurti in un’intervista al Guardian ha definito “a un punto morto” i colloqui con la Serbia mediati dall’Ue. Kurti ha ribadito che l’instabilità continua ha reso la regione “un terreno da gioco per i giochi geopolitici della Russia e della Cina“. 

Il premier albanese-kosovaro ha poi definito una debacle l’ultimo incontro fallito del 14 settembre con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, accusando l’inviato speciale dell’Ue, Miroslav Lajcak, di aver “perso la neutralità“. Secondo Kurti, l’inviato non ha comunicato ai kosovari la posizione negoziale scritta della Serbia prima dell’incontro e l’ha presentata solo dopo la fine dei colloqui, sostenendo che il documento era vecchio di oltre sei mesi. “Non si può andare avanti con questo metodo“, ha detto, denunciando infine che Vucic lo ha insultato durante i colloqui, cosa che ormai avverrebbe regolarmente, senza che i mediatori facciano alcuno sforzo per fermarlo. 

Tensioni tra i serbi del Kosovo AP

Tensioni tra i serbi del Kosovo

“Le aggressioni ai membri della Kfor, ai giornalisti e ai cittadini, stanno destabilizzando il Kosovo e tutta la regione, è un attacco al Kosovo“: sottolinea la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani che ha anticipato il rientro da New York dove si trovava per l’Assemblea generale dell’Onu chiedendo aiuto agli alleati.

Dura condanna dell’attacco da parte degli ambasciatori di Italia Antonello De Riu, Usa, Francia e Germania e del capo della missione Osce a Pristina Michael Davenport e del capo della missione dell’Onu in Kosovo (Unmik) Caroline Ziadeq che chiedono a gran voce di assicurare i responsabili alla giustizia.

A maggio scorso la situazione ha raggiunto una tensione altissima a causa delle elezioni locali: i serbi si sono radunati davanti ai municipi di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok per protestare contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese e per chiedere il ritiro dal nord delle unità di polizia kosovara.

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