Ultimo aggiornamento 7 Ottobre, 2023, 07:51:46 di Maurizio Barra
Il Consiglio odierno si è concluso con una dichiarazione di 27 Paesi approvata all’unanimità in tutte le sue parti tranne che in quella relativa ai migranti a causa del veto di Polonia e Ungheria. E’ stata sostituita da una dichiarazione “separata” del presidente del Consiglio Ue Charles Michel: “La migrazione è una sfida europea che richiede una risposta europea. La migrazione irregolare deve essere affrontata immediatamente e in modo determinato. Non permetteremo ai trafficanti di decidere chi entra nella Ue”.
Il no di Polonia e Ungheria “è una posizione che comprendo perfettamente, ma non pregiudica il lavoro che stiamo facendo” a livello europeo, ha sottolineato Meloni parlando con i giornalisti a conclusione lavori. “L’Italia ha votato il Patto migrazione e asilo, perché le nuove regole sono per noi migliori delle precedenti. Ma io non ho portato questa come priorità. Finché continuiamo a parlare di come distribuiamo queste persone all’interno dell’Ue non solo produciamo un pull factor, cioè un richiamo, ma soprattutto nessuno può pensare di risolvere il problema in casa sua scaricandolo su un altro”.
Le ragioni dello stop di Budapest e Varsavia sono effetto del regolamento sulle situazioni di crisi, per il quale si sarebbe dovuto procedere a maggioranza qualificata e non all’unanimità. Nonostante il tipo di voto sarebbe corretto dal punto di vista formale – giuridicamente non è necessario per le decisioni del Consiglio UE su questioni migratorie – Orban e Morawiecki contestano che nei precedenti vertici europei (dicembre 2016, giugno 2018 e giugno 2019) si sia parlato di ricerca del consenso e che quindi ricollocazione e il reinsediamento dovrebbero essere applicati su base volontaria. Ciò che viene contestato da Polonia e Ungheria è che le questioni sulle migrazioni non possono essere approvate solo a maggioranza, in base alle conclusioni del vertice del giugno 2018, dove si parla di ‘consensus’, ovvero unanimità, per la riforma del Regolamento di Dublino. “Se sei legalmente stuprato, costretto ad accettare qualcosa che non ti piace, come pensi di raggiungere un compromesso? È impossibile”, è stata la provocazione del premier ungherese Orban, escludendo ogni possibilità di accordo “non solo ora ma anche negli anni a venire”. Gli ha fatto eco Morawiecki: “Sono il Primo Ministro della Repubblica di Polonia. Sono responsabile della sicurezza della Polonia e dei suoi cittadini. Pertanto, in qualità di politico responsabile, respingo ufficialmente l’intero paragrafo delle conclusioni del vertice sulla migrazione. La Polonia è e rimarrà sicura sotto il governo del PiS” ha postato su X. E a conclusione del lavori si è levata la voce del primo ministro ceco Fiala: “Respingiamo l’introduzione di una redistribuzione obbligatoria dei migranti tra gli Stati membri perché non è né giusta né praticabile”. Al summit “è emerso un chiaro consenso sul fatto che la migrazione illegale debba essere affrontata attivamente insieme. Dal punto di vista ceco, è essenziale rafforzare la protezione e la gestione delle frontiere esterne, prevenire la migrazione illegale, combattere i contrabbandieri e rendere più efficace la politica di rimpatrio”.
E’ questo secondo la premier Meloni, è il consenso unanime sulla lotta alla migrazione illegale a rappresentare, nonostante i “muri”, il punto di successo di questo Consiglio. “Io sono molto soddisfatta di quello che sta accadendo a livello europeo. Per chi conosce le dinamiche un po’ di quello che accade qui dentro, oggi obiettivamente ci troviamo in un Consiglio Europeo in cui 27 Paesi sono d’accordo sul fatto che la priorità è fermare l’immigrazione illegale, a partire dalla dimensione esterna”.
Sull’urgenza di approvare il Patto sulla migrazione prima delle Europee, la premier ha poi osservato come la soluzione della redistribuzione dei migranti appartiene “a una vecchia percezione”. “L’importante è riuscire, non importa quanto tempo servirà, preferisco trovare una soluzione strutturale a un fenomeno che altrimenti sarà sempre fuori controllo”.
Sul tema è nato il patto a 6 tra Italia, Gran Bretagna, Francia, Albania, Olanda e Commissione Ue. Sulla lotta all’immigrazione illegale “bisogna poi essere bravi nell’implementazione concreta di questi principi. Questa è la ragione per la quale ieri abbiamo organizzato l’iniziativa che coinvolge anche rappresentanti fuori dall’Unione europea, a partire dalla Gran Bretagna che prevede alcune cose concrete che vanno fatte per ottenere alcuni obiettivi” ha detto Giorgia Meloni al termine del Consiglio. “Il primo è combattere le reti dei trafficanti che ancora oggi vengono definite da rappresentati del Consiglio e della Commissione europea come delle organizzazioni criminali che vanno combattute come tutte le altre organizzazioni criminali. Poi, un lavoro molto complesso sulla cause della migrazione va fatto in Africa, cioè esattamente la posizione dell’Italia”.
Granada ha portato anche un “disgelo” tra Roma e Berlino. Dopo due settimane di tensione, è arrivata una ‘tregua’ tra Giorgia Meloni e Olaf Scholz. La presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco si sono incontrati oggi a margine del Consiglio. Un incontro preparato dalle diplomazie, dopo i botta e risposta sui fondi concessi da Berlino a Ong impegnate nei salvataggi di migranti in Italia, poi dall’emendamento tedesco (successivamente ritirato) a favore delle stesse Ong presentato al Patto per le migrazioni e l’asilo. Nei 45 minuti in formato tete-à-tete e quindi senza delegazioni, i due – riferisce Palazzo Chigi – “hanno discusso dei principali temi europei” e anche del capitolo dei migranti, esprimendo “soddisfazione” per l’intesa raggiunta sul Patto. “Scholz è d’accordo sulla strategia italiana in Tunisia”, ha sottolineato Meloni, derubricando le obiezioni tedesche sul rispetto dei diritti dei migranti da parte del governo di Kais Saied.
E Scholz, in conferenza stampa, ha confermato il riavvicinamento. “Con Meloni in modo molto pratico abbiamo concordato che non lavoriamo gli uni contro gli altri, ma gli uni con gli altri” ha detto, precisando che sui finanziamenti alle Ong non ha deciso lui, ma il Bundestag (cioè il Parlamento).
A proposito del presidente tunisino Saied, Meloni ha evitato di alzare i toni riguardo alla sua scelta di rifiutare i fondi Ue: “Credo che Saied, con cui ho un buon rapporto, abbia parlato innanzitutto alla sua opinione pubblica, quello che ha detto lo comprendo. La Tunisia ha un problema che non è diverso dal nostro, c’è una immigrazione illegale anche da loro”. La questione si è aperta dopo che la portavoce della Commissione europea Ana Pisonero ha confermato il pagamento di 60 milioni di sussidi all’erario tunisino all’inizio di questa settimana. Ieri, Tunisi ha reagito su facebook: “A seguito di quanto annunciato a proposito del versamento di una somma di 60 milioni di euro, il ministero degli Esteri tiene a precisare che le autorità tunisine non hanno dato alcun avvallo a proposito di questo incasso”.
