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Crollo di nuovi negozi in Piemonte, in 10 anni -70%

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 22 Ottobre, 2023, 14:03:45 di Maurizio Barra

In dieci anni l’apertura di nuovi
negozi in Piemonte è calata del 70%, nell’ultimo anno la
flessione è stata del 9%. Lo evidenzia l’indagine condotta
dall’ufficio studi di Confercenti.

   
l 2023 si sta concludendo con il risultato peggiore degli
ultimi dieci anni: nel 2013 ,le aperture furono 4.581; nel 2023
si riducono a 1380. Il Piemonte, inoltre, fa peggio della media
nazionale (-54% di nuovi negozi nell’ultimo decennio e -8%
nell’ultimo anno).

   
“Si tratta – dice Giancarlo Banchieri, presidente di
Confesercenti Piemonte – di numeri drammatici e soprattutto di
una tendenza che pare non avere fine: secondo le nostre
proiezioni, in assenza di interventi, nel 2030 le aperture in
Piemonte potrebbero ridursi a poco meno di 1.000. Neppure
durante la pandemia si era arrivati a tanto. Stiamo assistendo
alla desertificazione commerciale nell’indifferenza del governo
e della politica più in generale. Questo impoverimento riguarda
tutti: senza commercio di vicinato saranno più poveri anche vie
e quartieri per vivibilità, coesione sociale e sicurezza, oltre
che per possibilità di scelta e livello di servizi offerti ai
consumatori”.

   
Fra i settori maggiormente più colpiti, con una flessione
superiore al 70%, negozi di articoli da regalo e per fumatori,
di abbigliamento e calzature, stazioni di servizio carburanti,
edicole.

   
La crisi non risparmia gli ambulanti, penalizzati anche “dai
dieci anni di incertezza innescati dalla questione Bolkestein: a
fine 2023 rispetto al 2022 le nuove aperture dovrebbero essere
meno di 300, un quarto rispetto a dieci anni fa.

   
“Se davvero si vede come irrinunciabile la rete dei negozi e dei
mercati, – conclude Banchieri – la si consideri un ‘settore
protetto’ come la Ue da anni fa con l’agricoltura: i fondi
europei devono prendere la direzione anche del piccolo
commercio. E soprattutto diventa sempre più urgente una
legislazione comunitaria che metta fine agli inaccettabili
privilegi di cui godono le grandi piattaforme del web”.

   

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