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La tassa sugli extra profitti bancari va verso un nulla di fatto

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Ultimo aggiornamento 26 Ottobre, 2023, 14:04:45 di Maurizio Barra


I tre maggiori istituti italiani – piuttosto che accettare il pagamento dell’imposta su quanto guadagnato con l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse – stanno infatti preferendo l’alternativa offerta dalla nuova legge: accantonare 2 volte e mezzo l’importo chiesto dallo Stato togliendo tale somma dalla disponibilità degli azionisti.

 

Unicredit prima e ora pure Intesa Sanpaolo, le prime due banche per correntisti e capitalizzazione, hanno già fatto sapere che destineranno alla riserva non distribuibile rispettivamente 1 miliardo e 100 milioni e 2 miliardi e 69 milioni. Evitando così di versare all’Erario 440 e 828 milioni. Mediobanca terrà invece in cassaforte 226 milioni.

 

Un’opzione, questa dell’accantonamento, quasi obbligata poiché il versamento dell’onere fiscale comporterebbe per gli amministratori societari, rischi legali per potenziali ricorsi da parte degli azionisti. Non solo: il rafforzamento patrimoniale potrebbe essere promosso dalle autorità bancarie che vigilano sui conti degli istituti e la loro solidità, e pure dal mercato.

 

Con tante riserve congelate, le ripercussioni, invece, potrebbero esserci sul piano del credito, con una minore propensione da parte delle banche a prestare denaro a famiglie e imprese.

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