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Rugby: Sudafrica-Nuova Zelanda, finale per la storia 

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Ultimo aggiornamento 27 Ottobre, 2023, 18:24:26 di Maurizio Barra

Sudafrica-Nuova Zelanda, ed è impossibile non ripensare a quel giorno del 1995 in cui il rugby unificò un paese rendendolo la nazione arcobaleno. Nelson Mandela andò in campo indossando la maglia n.6 del capitano Francois Pienaar, il premio Nobel per la pace Desmond Tutu impazzì di gioia per la vittoria sugli spalti, il grande sconfitto Jonah Lomu non riuscì a parlare per la delusione, ma trovò la forza di congratularsi con gli avversari. Su quella finale dei Mondiali, i primi a cui presero parte gli Springboks fino a quel momento fuori dai palcoscenici internazionali a causa dell’apartheid, sono stati scritti dei libri e fatti film come ‘Invictus’ di Clint Eastwood. Ma soltanto adesso, 28 anni dopo, la storia si ripete. Quella di domani allo Stade de France è appunto una finale storica, in cui si affrontano le uniche due nazionali ad aver sollevato per tre volte a testa il trofeo intitolato a William Webb Ellis. E sono anche le due che, dal 2007 a oggi, si sono divise il titolo iridato: nel 2007 e nel 2019 gli Springboks, nel 2011 e nel 2015 gli All Blacks. Insomma, un grande evento da non perdere e che, ancora una volta, può fare la storia di un paese. “E’ la partita più importante della mia carriera – spiega il capitano del Sudafrica, Siya Kolisi, simbolo vivente di come è cambiata la ‘Rainbow Nations’ da quel giorno del 1995 -. Mai più nella vita ci capiterà l’occasione di giocare un match del genere, una finale mondiale contro gli All Blacks, e da ciò che faremo dipenderà l’umore di 62 milioni di sudafricani. Non potete capire quanti messaggi abbiamo ricevuto, la gente ci dice che i momenti in cui noi giochiamo sono gli unici di felicità per loro, oppure ci dicono che noi, come team, davvero unifichiamo il paese e rappresentiamo ogni tipo di persona”. Anche in Nuova Zelanda questa partita può cambiare le persone. “Gli All Blacks hanno sempre avuto un posto speciale nel cuore dei neozelandesi – le parole del ct, Ian Foster, nella conferenza stampa della vigilia -. Le manifestazioni di affetto e sostegno che abbiamo ricevuto dal nostro paese sono state impressionanti, e ci hanno emozionato. In genere noi neozelandesi siamo dei conservatori, e cinici. Mostriamo il nostro amore e il nostro sostegno mentre critichiamo, ma la situazione è cambiata, e improvvisamente da noi c’è molta eccitazione. Le nostre motivazioni, la voglia di vincere, vengono sia da noi stessi sia dalle grandi vittorie del passato. Lo ricaviamo dalla storia e dall’eredità di questa maglia, che è enorme per noi”. E pensare che gli All Blacks, secondo i bookmaker che ora li danno favoriti, non avrebbero dovuto essere qui, perché arrivati in Francia dopo dei risultati deludenti che avevano portato all’esonero di Foster, poi rientrato per la rivolta dei giocatori. Ma domani, comunque vada, sarà l’ultima partita del ct, così come per i campioni del mondo del 2015, e ‘monumenti’ del rugby neozelandese, Aaron Smith (colui che guida la Haka impugnando una pagaia maori), Brodie Retallick e Sam Whitelock. Lasciare dopo un trionfo allo Stade de France è il loro obiettivo dichiarato.

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