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Alessandra Matteuzzi, periti: "Nessun vizio di mente per Giovanni Padovani"

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Ultimo aggiornamento 7 Novembre, 2023, 15:33:16 di Maurizio Barra

 

 

In precedenza, un’altra perizia aveva già stabilito che l’imputato era in grado di stare in giudizio. Alla fine dell’ulteriore analisi disposta dalla Corte, gli specialisti hanno ritenuto che Padovani fosse pienamente in possesso della facoltà di fare diversamente se solo lo avesse voluto e hanno concluso che nei tempi antecedenti e coevi al fatto aveva anche una piena e assoluta consapevolezza del disvalore sociale e antigiuridico delle azioni a lui ascritte e delle conseguenze sul piano giuridico, come si ricava da quanto scrisse lui stesso ai suoi compagni di squadra.

 

Padovani era dunque consapevole che il suo comportamento rappresentasse una violazione alla morale naturale, delle conseguenze della sua azione e dei suoi effetti giuridici. E anche rispetto alla capacità di volere, secondo i periti era in grado di trattenere l’impulso aggressivo, come dimostra il fatto che non aggredì Alessandra subito, a mani nude, ma andò a prendere il martello nascosto in precedenza. Era inoltre in grado di fare altrimenti, come dimostra il fatto che si calmò, una volta trattenuto dalle prime persone intervenute a soccorrere la vittima, chiedendo di potersi avvicinare per controllare lo stato di salute per poi inveire ancora sul corpo. Il pieno controllo è dimostrato, infine, dalla frase detta agli stessi primi testimoni soccorritori: “Non ce l’ho con voi, non vi faccio niente, mi puoi anche picchiare che non reagisco”.

 

Padovani è stato sottoposto anche a un esame del Dna, per capire se ci fossero fattori genetici che potevano portare a un rischio aumentato di non controllo degli impulsi: sono emersi alcuni fattori che accrescerebbero la predisposizione a sviluppare depressione, ansia e aggressività. Ma secondo i periti questo rischio non può essere considerato un elemento sufficiente a scemare la capacità di autodeterminazione.

 

Periti: “Da Giovanni Padovani tendenza a simulare sintomi psichici”

 Né subito dopo l’omicidio e neppure sei mesi dopo, nell’interrogatorio di febbraio, Padovani parlò delle voci nella testa che gli avrebbero detto di uccidere l’ex fidanzata. Queste voci sono comparse nel suo racconto solo il 12 giugno, durante il primo incontro con i periti psichiatrici. E fu solo nel secondo colloquio, il 30 giugno, che le voci assunsero quasi il ruolo di movente nell’omicidio: “Mi rimbombavano nella testa e mi dicevano: ‘Aggredisci! Non capisci che è una trappola! Prendi il martello! Come se mi gridassero venti persone”. Lo sottolinea la stessa perizia, di 130 pagine, depositata lunedì in serata.

 

Un’ampia parte della perizia è composta dall’analisi di test psicopatologici e neuropsicologici a cui Padovani è stato sottoposto. Da questi emerge una tendenza ad accentuare significativamente, se non a simulare, i sintomi psichici. Ci sono per esempio sintomi definiti dai periti bizzarri e illogici. Come quando Padovani disse nei colloqui: “Ho notato che la mia ombra si muove freneticamente anche se io resto fermo”, oppure, “Credo che il governo abbia installato delle telecamere nelle luci degli stop per spiarmi”. Sempre i periti evidenziano come dagli atti sia emerso un comportamento lucido e una capacità di pianificare. E anche di anticipare una strategia difensiva basata sul vizio di mente. Il 15 giugno 2022, in una chat con i compagni di squadra, scriveva: “Dovete promettermi che spiegherete alla gente che è successo perché ho sofferto e soffro, e spiegargli (…) che sono stato manipolato e non sono più capace di intendere e volere in modo lucido”.

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