Ultimo aggiornamento 13 Novembre, 2023, 18:29:15 di Maurizio Barra
(di Francesca Chiri)
Le pieghe della carne, le vene
pulsanti, le rughe della pelle, la muscolatura vibrante e,
soprattutto, gli sguardi vivi ed espressivi: una nuova estetica
dell’arte e della pittura europea si inizia a delineare nella
Roma dei primi anni del Seicento grazie allo sguardo
rivoluzionario di Peter Paul Rubens. Dal suo passaggio romano e
dai suoi studi sulla scultura antica trae origine un nuovo
linguaggio figurativo che avrebbe animato l’Europa per quasi
centocinquant’anni, contaminando, con un percorso circolare che
guardava simmetricamente al passato e al futuro, tanti artisti
italiani, a partire da Gian Lorenzo Bernini.
E il racconto di questa contaminazione rivoluzionaria va in
scena alla Galleria Borghese di Roma dove, dal 14 novembre, e
fino al 18 febbraio 2024, è in mostra Il tocco di Pigmalione.
Rubens e la scultura a Roma, la seconda tappa di Rubens! La
nascita di una
pittura europea, un grande progetto realizzato in collaborazione
con Fondazione Palazzo Te e Palazzo Ducale di Mantova che
racconta i rapporti tra la cultura italiana e l’Europa
attraverso gli occhi del Maestro della pittura barocca e che si
inserisce anche in una più ampia ricerca della Galleria dedicata
ai momenti in cui Roma è stata, all’inizio del Seicento, una
città cosmopolita.
La mostra conta quasi 50 opere provenienti dai più importanti
musei al mondo, dal British Museum al Louvre, dalla National
Gallery di Londra a quella Washington fino al Met, al Prado o al
Rijksmusem di Amsterdam, solo per citare alcuni. Con un focus
sulla nuova concezione dell’antico da cui emerge la
novità dirompente del suo approccio alla scultura romana e
contemporaneamente la sua capacità di rileggere esempi
rinascimentali e confrontarsi con i
contemporanei. Una nuova grammatica artistica che, grazie alla
collezione e ai prestiti, dialoga non solo con Bernini ma con
alcuni dei grandi maestri della pittura italiana: Caravaggio,
Leonardo e Tiziano.
“Attraverso gli occhi di un giovane pittore straniero
cerchiamo di ricostruire il ruolo della collezione Borghese come
motore del nuovo linguaggio
del naturalismo europeo, che unisce le ricerche di pittori e
scultori nei primi decenni del secolo” dice Francesca
Cappelletti, direttrice della Galleria e curatrice della mostra.
Ma è soprattutto il confronto tra la grafica di Rubens e i marmi
di Bernini che colpisce per quella trasposizione della statuaria
classica in vita pulsante. “In questa sfida tra le due arti,
Rubens dovette apparire a Bernini come il campione di un
linguaggio pittorico estremo, con cui confrontarsi” afferma
Lucia Simonato, l’altra curatrice della mostra che espone anche
quei busti di Bernini per i quali è stata coniata la felice
espressione di “speaking likeness”.
Quando Rubens soggiornò a Roma, che lasciò, senza mai più
tornarvi, nel 1608 dopo aver concluso l’altare della Chiesa
Nuova, studiò il cosiddetto Seneca morente, che al tempo era
nella collezione Borghese prima che Napoleone la portasse in
Francia. Quegli studi sono l’esempio limpido del suo percorso di
emancipazione dal modello classico: trasforma la statua antica
in un corpo vivo che sarà poi alla base dei suoi modelli
pittorici. “Questo processo trasformativo dalla statua classica
alla Natura avrà un impatto decisivo sugli scultori e pittori
delle generazioni successive. Si tratta di una rivoluzione
perché nessuno, prima di allora, aveva mai fatto una cosa del
genere. E questa elaborazione sarà alla base dell’estetica
seicentesca, così teatrale e dinamica” spiega anche Adriano
Aymonino, storico dell’arte che ha, tra l’altro, contribuito ai
lavori del catalogo della mostra. C’è poi la stupefacente
interpretazione del Torso del Belvedere a matita rossa del
disegno del Metropolitan Museum di New York che nasce dallo
studio delle opere di Michelangelo. E poi, ancora, le indagini
sull’anatomia che derivano dalla “scoperta” dei disegni di
Leonardo. Come pure l’interesse per il contemporaneo Caravaggio
testimoniato, tra l’altro, dal disegno di Rubens dalla
Deposizione nel sepolcro, in prestito dal Rijksmusem.
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